Nel 115imo anniversario ricordiamo Vittorio Bottego.

Quest’ anno ricorre il 115imo anniversario della spedizione di Vittorio Bottego, che raggiunse e scoprì il Basso Corso del fiume Omo, in Etiopia.
Il lungo articolo sottostante, anche pubblicato, ma in questa occasione revisionato e aggiornato, è un fedele resoconto di appunti e commenti che Fiesoli in occasione del centenario scrisse, tra il 1994 e il 1995, ripercorrendo in un viaggio lo stesso tragitto del noto pioniere italiano.

Fotografie di Gianluca Fiesoli.
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Addis Abeba ( Etiopia )1994.

Ripercorrere a distanza di tanti anni la spedizione di Vittorio Bottego sul fiume Omo, una delle punte di diamante delle esplorazioni italiane, per un viaggiatore può essere comunque un esperienza di grande interesse e notevole suggestione.
I motivi e le tematiche di questa spedizione sono molteplici, a cominciare da quelli etnici, ambientali, antropologici, per finire agli storiografici.

LE VISIONI AMBIENTALI.

L’ Etiopia è parte dell’ Africa orientale a ridosso dei lati superiori del Corno d’ Africa, mantenendo una tendenza tabulare omogenea che però viene frequentemente sezionata da valli e canyon dove trovano assetto i laghi.
Sono d’ importante entità le propagazioni di insediamenti lavici che digradano con ripidezza nella parte sudovest del Paese, spesso sovrastate dall’ Amba il cui significato in amarico è altura, l’ elemento specifico della morfologia etiope. Quasi sempre di enorme vastità e desolate, sono molto fotogeniche, punteggiate da enormi euforbie uniche nella sua tipica forma di candelabro, similari ai più conosciuti cactus e collocate sempre vicino alle aloe, le acacie e i ginepri.
Il bacino idrografico dell’ Etiopia mette in risalto una peculiarità forse unica nel panorama africano: infatti, oltre a dar vita al Nilo nella parte nord del territorio, nelle sezioni meridionali ( Fossa Galla ) insieme al fiume Omo sono ospitati i laghi di estrazione vulcanica come lo Stefania, il Turkana, il Chamo, l’ Abaya, e numerosi altri che appartengono alla Rift Valley, quel complesso sistema di concave fratture la cui origine risale a 25 milioni di anni fa.
Questa spaccatura della litosfera, ossia la crosta terrestre, taglia verticalmente il continente dal Mar Rosso proseguendo per circa novemila chilometri.
Da tali moti tettonici, i quali scatenarono tra l?altro la separazione dell?Africa dall?Asia, i blocchi continentali galleggianti sul magma liquido a sua volta scontrandosi fecero precipitare l?uno nel mantello interno e il rimanente creò poderosi apparati vulcanici.
Questa in sintesi la dinamica della formazione della Rift Valley, dove i corsi d?acqua non avendo nessun sbocco immediato verso il mare hanno generato estesi laghi.
L?esistenza della diversificazione ambientale porta come risultato una fauna ricca e variata, dove la disposizione di parchi nazionali è ancora approssimativa. Gl’  impianti turistici sono pressoché inesistenti, alimentando così una forma animale totalmente differente dai vicini rifugi tanzaniani o kenioti.
Nell’ acrocoro etiopico, il grandioso altopiano con orli montagnosi, spiccano buoi, avvoltoi, dik-dik, gazzelle, zebre, e negl’ avvallamenti paludosi vivono in assoluta libertà coccodrilli e ippopotami. Lungo le rive dei bacini lacustri e nelle piane, eland, flamingos, struzzi, regalano uno spettacolo naturalistico festoso.

IL VILLAGGIO: L’ ANIMA DELLE POPOLAZIONI.

Sotto il profilo dei caratteri etnici il paese è un vero mosaico. Il protrarsi di elementi di cultura e soprattutto con principi differenti ha costituito assimilazioni ma non ha prodotto nessun livellamento. La struttura patriarcale è la condizione di base di tutti i raggruppamenti umani dove ruota la formazione della società, perciò la famiglia è quasi sempre numerosa. Malgrado flebili segnali di civilizzazione moderna siano in atto, le figure distintive delle razze sono in gran parte arcaiche.
Le unità insediate si disperdono nell’ enormità, la durezza del territorio rurale e la povertà, aumentandone così la segregazione, mentre il naturale sviluppo è fortemente ostacolato dalla difficoltà di comunicazione che porta ad annullare qualsiasi tentativo di relazione sociale al di fuori della loro area di appartenenza.
Per questo motivo il mercato diventa un punto d?incontro importantissimo e si svolge generalmente una volta alla settimana nei centri maggiori, quasi sempre lo stesso giorno e intitolato con il nome di esso. La gente vi arriva da lontano, incamminandosi a notte inoltrata e per l?occasione cercano di trattenersi più a lungo possibile,  ma al calare del sole devono rientrare nelle capanne di provenienza.
Con una adesione assoluta, il mercato è il luogo di scambio per modeste merci artigianali , senza eccessiva distinzione, in cui trovano la vendita il surplus cerealicolo, il tegg ( idromele ), l’ ingera ( la foglia spugnosa di pane ),il sorgo e la negoziazione del bestiame.
Dimaka, Jinka, Arba Minch, Maji e Dorze sono i luoghi di maggiore contrattazione e scambio.
Se il mercato è l’ unica possibilità per ampliare la potenzialità delle relazioni, il villaggio rimane con le sue limitazioni l’ anima di ogni gruppo razziale. La ripartizione è priva di regole ben precise e talvolta derivate anche da fattori climatici: nell?arida steppa è distribuito compattamente, mentre nei freschi rilievi collinari ha una tendenza ad allargarsi.
Sull’ altipiano della regione del Goggiam i locali hanno una disciplina fuori della normalità, avendo nell?ordine e l’ assenza di sporcizia l’ elemento costitutivo di raffinatezza che non si ritrova nelle altre zone.
Prima della riforma agraria ogni villaggio aveva un suo Umland con il quale istituiva un?unità indivisibile e formava a sua volta con altri collocamenti abitativi l’ Agher, il quale dipendeva da un capo oppure da una dinastia.
L’ Agher è un antichissima occupazione dei terreni che scaturirono la formula Rest della proprietà terriera.
Si basava sul diritto ereditario e i nuclei familiari esercitavano la podestà sopra l’ appezzamento da coltivare e veniva assegnato secondo avvicendamenti pluriennali.
Le metamorfosi politiche, l’ espansioni demografiche e i primordi della civiltà hanno cambiato nel tempo questi criteri.
Le capanne hanno delle varianti, ma nelle più comuni prevale una costruzione combinata da un impasto argilloso con erbe e rami. Circolari e con il caratteristico tetto conico ( tucul ) le rendono pratiche e per certi versi pittoresche
Nei villaggi emergono ampi spazi per la battitura dei cereali, una prerogativa collettiva ma che non offre nessuna altra tipologia lavorativa.
Alcuni dati statistici degl’ ultimi decenni hanno portato alla realtà un fenomeno negativo: l’ urbanesimo. Una massa umana che va ad aggravare le città del nord più evolute, soprattutto nella zona della capitale, dove sono sorti ghetti periferici appesantiti da quella che è stata una sfibrante guerra con l’ Eritrea e numerose siccità.
Nonostante tutto l’ esodo dalle campagne non è ancora di dimensioni preoccupanti e la trasformazione agraria ha stravolto completamente il sistema produttivo. L’ urbanesimo ha portato però una tendenza generale nelle città ad afferrare e attingere gusti, usanze, status symbol di provenienza occidentale a scapito dei costumi e delle tradizioni locali.

Senza titolo-2I GRUPPI ETNICI DEL IL BASSO CORSO DELL’OMO.

Arba Minch è l’ ultimo avamposto civile per rifornirsi di approvvigionamenti e benzina prima di discendere l?altopiano e raggiungere la valle dell’ Omo. La cittadina sorge sul lago Abaya che Bottego ribattezzo Regina Margherita, precedentemente nominato Pagadè.
Dirigendosi verso JInka, dopo settanta chilometri di pista ghiaiosa, s?incontrano i Konso, una specie negroide che conservano tuttora vecchie consuetudini popolari come l?adorazione di Uaca, il Dio del cielo, accompagnate soventemente da rituali magici.
I loro corpi esaltano una vitalità muscolare che li rende agili negli spostamenti, mentre le donne si ornano con monili di pregevole fattura, adornando le membra e il volto.
Ottimi contadini, coltivano il mais e le tombe evidenziano un lavoro scultoreo non indifferente, ma i capifamiglia sono sempre molto restii a farle visitare ad estranei, poiché nutrono un forte rispetto per i loro antenati.
Vestono con tele cotonose, l’ Uomo ha una pelle scura e ben modellata, abili cacciatori, gli studiosi sostengono che i presupposti della loro organizzazione sociale all’ interno della tribù siano state introdotte dai conquistatori Galla.
Vivono in capanne di paglia e nel cardine estremo spesso infilano recipienti di terracotta.
Capitan Bottego ricordava nei suoi taccuini di viaggio la sua titubanza per l?asprezza caratteriale dei Karo. Oggi dopo un secolo sono rimasti solamente qualche migliaio, pescatori, navigano il fiume con imbarcazioni create da tronchi di albero, remando con levigate pagaie.
Bassi indigeni, i Karo hanno una forte propensione per la decorazione corporea, in special modo attorno agl?occhi e sulla fronte. Le femmine sono abbigliate con pellame di capra che ha una funzione di gonna, mostrano i seni, sovrastati da numerose collane, mentre i capelli sono impomatati con grasso animale. Visi rotondi, non di rado hanno un chiodo infilato nel labbro inferiore.
Nel panorama etnico dell?Omo, gli Hamer presentano delle caratteristiche che sono assenti nei gruppi attigui. Questa popolazione è dedita alla pastorizia: nomadi all? eterna ricerca di possibili fiorenti pascoli e abbeveratoi per calmare la sete delle mandrie.
Essendo in continuo movimento gli Hamer non costruiscono agglomerati stabili, le loro dimore non sono mai numerose e sono delineate da intrecci spinosi che distruggeranno prima di iniziare ulteriori spostamenti.
La donna veste con pellame appesantito da numerosi vezzi metallici, mentre i seni sono quasi sempre formosi. Le nubili hanno una bizzarra visiera che viene chiamata Kallè, i capelli sono sempre a zazzera con una cascata di treccine.
Le incisioni sotto pelle indicano il ? ceto ? di appartenenza, mentre l?estetica corporea espone energiche e irregolari forme: talune slanciate altre tozze e robuste. La faccia ha tratti somatici fini ma non negroidi, dove spicca una bocca con labbra molto carnose di chiara impronta sensuale.
Senza alcuna ombra di dubbio i Mursi o Mauyù odierni hanno imparato molto bene certe intenzioni malvagie di scaltrezza e furbizia. Renitenti nel farsi vedere sono pienamente coscienti di poter sfruttare la loro singolarità, il piattello labiale, e perciò non riescono ad avere un contatto sereno con l?esterno.
Spesso sono stati accusati di aver rapinato i pochi stranieri che giungono quaggiù, lo stesso Renzo Milanesio lo racconta in libro del 1987.
Questo gruppo esercita un forte fascino, praticano la poligamia, umili lavoratori, usano con innegabile maestria le lance e i bastoni, adesso sostituiti con i kalashikov.
Le donne esibiscono il disco argilloso che viene inserito dopo essere stato inciso da segni indecifrabili nel labbro inferiore, quando ancora sono fanciulle. Man mano che passa il tempo lo sostituiscono con altri più grandi e nelle operazioni vengono anche estratti quattro o cinque denti della divisione frontale.
Il medesimo procedimento avviene per le orecchie.
Spoglio di corollari l’ Omo Mursi stravede per l’ inusuale abbellimento, poiché esso aggiunge una carica di attrattiva sessuale, mentre la donna è stimolata perché più grande sarà il piattello, maggiori saranno le speranze di conquistare un marito.
I Galeb sono un clan seminomade: le capanne sono disposte a cerchio chiuso, i tetti appiastrati di stracci, vivono nelle aride piane del sud, dove in estate la temperatura raggiunge anche cinquanta gradi. Un portatore mi spiegava che praticano ancora la clitoridectomia, un usanza atavica che si svolge in primavera alle ragazze molto giovani.
Anche i piccoli Bume vivono accanto alle correnti rossastre del fiume Omo: lineamenti marcati, zigomi prominenti, adornano la parte parietale con anelli di piombo.
Risalendo la pista sassosa della catena dei monti Nyalibong, non lontano dal Sudan, i pochi BodyMursi accolgono gli estranei con molta diffidenza: vestiari variopinti, questo sottogruppo è da sempre in contrasto con i cugini OmoMursi.
Attraversando il Sagan, un bassopiano brullo e torrido s’ incontrano i pacifici Benna: vivono molto isolati e hanno rari contatti con gli altri gruppi. Vestiti analogamente ai Konso portano una zucca vuota come fosse un cappello. Idolatri parlano un linguaggio di difficile comprensione.
Infine i Surma, pittori del corpo con grafici e scarificazioni di un lessico estetico. Questa tradizione di pittura corporale era già in uso in epoche molto remote, quando veniva sparsa l’ ocra rossa sui morti con l’ intenzione di ridargli una nuova esistenza. La scarificazione e la pittura in questo caso coesistano: se la prima è immutabile, un incisione sottocutanea che provoca la formazione di una cicatrice e riveste un ruolo personale identificativo, la seconda svolge un esercizio fugace e tramutabile.
Tutto questo è il risultato multifunzionale che può investire qualsiasi tema con un valore filosofico culturale o puramente artistico.
I Surma come i Dogon nel Mali, fanno parte di quelle ristrette etnie che vivono in spazi dimenticati e inospitali, ma che non vogliono distaccarsi da particolari leggende.
L’ uomo brandisce un bacchio di legno molto resistente, il quale viene impiegato per conquistare una sposa o combattere un dissenso eterno con il gruppo dei Bume.
I duelli  donga si compiono dopo la stagione delle piogge. Al centro della comunità, accerchiati da tutti i componenti del villaggio, si sfidano senza uccidersi in infiniti combattimenti.
I guerrieri Surma vivono ancora nel Kibish e sulle alture del Cormo, ma è facile vederli attraversare il fiume Omo.

IL LAGO TURKANA E LO STEFANIA.

Turmi, Etiopia 1995.

Raggiungere il Turkana porta un intima soddisfazione: dopo tanti faticosi chilometri di pista questo immenso lago appartiene quasi completamente al Kenia. Alimentato da tre fiumi, Turkwell, Omo e Kibisch, nel salmastro bacino endoreico si alzano isolotti di origine vulcanica. Le acque si riducono progressivamente a causa di una forte evaporazione aumentandone pertanto la salinità.
L’ ex lago Rodolfo è stato scoperto nel lontano 1888 da una spedizione austro-ungarica e venne così chiamato in ossequio del Principe di Asburgo che aveva finanziato la spedizione.
Oggetto di studio per i paleontologici, sono stati ritrovati fossili utili alla documentazione delle tappe evolutive degl?ominidi.
Nell’ area occidentale del Sidama è stato rinvenuto uno scheletro pressoché integro di Homo Erectus, datato 1,6 milioni di anni. Anche la foce dell’ Omo ha fatto ritrovare elementi interessanti di Homo Abilis: crani di uomini anatomicamente moderni.
Qui vivono il gruppo etnico dei Turkana, pastori nomadi che appartengono al grande ceppo dei niloto-camiti, più noti come camitoidi, e sparsi in Sudan, Kenia e Uganda.
Omaggiano le divinità iraniche e solari, espongono i cadaveri dei loro cari senza sotterrarli , sono riconoscibili per le elaborate acconciature maschili.
I loro idiomi, sono il Mekan e il Bekko due eloquenze monosillabiche con mancanza grammaticale.
Gli autoctoni lo chiamano Basso Ebor,  Acqua Bianca, però il lago Stefania è una stupenda depressione di sedimenti acquatici. Addentrandosi si gioisce di un panorama estremamente emotivo, il quale ti consente di vivere momenti di libertà psicologica.
Infiniti silenzi dominano la piana crepata da un rovente sole, intanto che all’ orizzonte laddove il cielo e la terra si uniscono , nasce il miraggio, quel fenomeno dovuto alla rifrazione atmosferica e a un totale riflesso, per cui sembra di vedere l’ acqua ma è soltanto un illusione…….
Il lago Stefania riesce a far sostenere alcune disinvolte sensazioni che solo la bellezza di una Natura perfettamente intatta è capace di offrire all’ Essere Umano.

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VITTORIO BOTTEGO IL PIONIERE PATRIOTTICO.

Vittorio Bottego, parmense, nacque nel 1860. Giovanissimo iniziò la carriera militare. Di carattere ambizioso, versatile, molto orgoglioso, aveva delle ottime qualità organizzative e soprattutto coraggioso.  Di lui si narra che niente gli faceva paura fino a tal punto di soprannominarlo il Leone del Giuba.

A soli 17 anni era già Ufficiale di Artiglieria e venne mandato in Eritrea per svolgere delle ricerche scientifiche. Conquistò Cheren dopo la campagna di Saati e fece una pericolosa spedizione in Dancalia.
Pochi anni dopo divenne Capitano e socio del Bollettino della Società Geografica da cui riuscì ad ottenere un cospicuo finanziamento per l’ esplorazione del Giuba.

Una vita avventurosa e molto intensa, con il solo amore di Corinna una fanciulla fiorentina che però non riuscì a fermarlo per un ritorno in Africa.
Per scopi militari, politici, geografici e di studio raggiunse il Basso Corso dell’ Omo appurando che il misterioso fiume sfocia nel lago Rodolfo, coronando così quello che definiva il sogno della sua vita.
Ma la sfortuna volle che sulla via del ritorno l’ esploratore e i suoi ascari vennero circondati dagl’ uomini del Negus Menelik. Tentò di aprirsi un varco con uno scontro a viso aperto, come era poi nel suo carattere, ma il suo destino terminò sul Daga Roba.
I dettagli di questa tragedia li racconteranno più tardi gl’ unici due superstiti, Citerni e Vannutelli.  Un bellissimo racconto nel libro “ L’ Omo, viaggio di esplorazione nell’ Africa Orientale “ edito nel maggio del 1899 a Milano.
Ma l’ Etiopia ha visto scorrere molto sangue italiano: Sacconi e Porto morirono nel bollente Ogaden e in Harar.  Il principe Ruspoli perì alle sorgenti del Giuba, il Marchese Antinori in una battuta di caccia.

Il Conte Antonelli e Maria Giulietti nel terribile deserto della Dancalia, uccisi con la loro missione da cruenti banditi che gli tesero un trappola.
Vittorio Bottego è forse la massima espressione del pionierismo italiano ed è stato insignito medaglia d’ oro al valore militare.

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Immagimondo 2009: Un festival dei viaggi dell’ anima, del cuore e per sognare.

 

 

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Crisi irreversibile, addio a ” Tuttoturismo “

Belle immagini dei reporter, anche noti, scelti dalle migliori agenzie italiane, testi spesso curati nei dettagli, diverse rubriche, grafica piacevole e moderna, un simbolo, un riferimento del turismo di qualità che abbracciava però diversificate argomentazioni, talvolta le più complesse. Bei tempi, ma purtroppo andati.

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Borsa galeotta…..la fortuna arride alla sfortuna………..

Il George Bush International Airport di Houston, al di là del personaggio a cui è stato intitolato e che può risultare poco simpatico a molti in quanto ” political not correct “, è una stazione aeroportuale modernissima, efficiente, pulita e grandiosa nella sue architetture e negli impianti. Nonostante ne abbia visti tanti di terminal alla fine ti sembrano un po’ tutti uguali, finalizzati per quanto mi riguarda solamente all’ intrapresa o alla conclusione di un viaggio, ma questo ha rischiato di essere ricordato come indigesto e per alcune ore di fatto lo è stato. Il tutto in una calda mattinata texana, con ancora molto tempo a disposizione prima di salire a bordo per fare nuovamente un volo transoceanico, il quale per chi ama viaggiare è diventato oramai nei tempi moderni un momentaneo soggiorno ad alta quota con diversi confort, anche nella economy class.

Premesso che le macchine fotografiche di buona qualità hanno sempre avuto un costo elevato e comunque richiedono sacrificio per acquistarle, con il tempo e l’ utilizzo ti affezioni quasi fossero un bambino. Gli shuttle della Houston Ltd girano di continuo nell’ area della stazione per smaltire i tanti passeggeri e anche il mio non fa eccezione…… è strapieno. In tanti anni di girovagare sul nostro pianeta non ho mai perso niente, neanche il tappo di un obbiettivo, e non mi hanno mai rubato nulla, nemmeno nei posti più strani come i bassifondi urbani oppure in luoghi tumultuosi ed è quindi quasi naturale nel tuo inconscio che ciò non ti debba accadere.

Ma come spesso invece avviene, c’ è sempre una prima volta…… Un carrello di non grandi dimensioni, il peso e l’ ampiezza dei bagagli al seguito fanno sì che la precarietà del trasporto diventeranno un angoscia… a causa di una sacca che contiene materiale fotografico di valore e un giubbotto pesante appoggiato sopra che ti occulta quello che c’ è sotto. Ingannando l’ attesa con una sosta in una linda toilette, un caffè “ a sciaquone “ tanto amato dagl’ yankee ma detestato dai raffinati e buongustai italici che preferiscono il ristretto espresso, intravedo in lontananza sul tabellone partenze che con largo anticipo sull’ orario previsto è già aperto il check – in per Francoforte.

D’ altra parte un gigantesco 747 – 400 per riempirlo tutto ci vuole del tempo….. Una sorridente e profumata signora tedesca, non più giovanissima ma di gradevole presenza, al banco gialloblu con la solita cortesia che si usa in questi casi, mi chiede quanti bagagli abbia e come desidero spedirli, dopo aver visionato attentamente il passaporto, i biglietti e avermi esplicato le nuove normative internazionali che sono entrate in vigore proprio in questo periodo. Dopo averle detto il numero e dato il più voluminoso che andrà nella fredda stiva le richiedo un “ aisle “ ( corridoio ) di posto per la mia notevole altezza e che mi consente di agire con maggiore libertà nelle quasi tredici ore tra le nuvole.

Quindi sollevando il giubbotto mi accorgo con molta sorpresa l’ assenza della borsa con le fotocamere e accessori vari. Un sussulto misto di inquietudine unitamente allo sconcerto mi attanaglia, e percepisco immediatamente un problema di non facile soluzione. Sospendendo le pastoie burocratiche dell’ imbarco nel frattempo osservo attentamente la fila passeggeri che si stava formando alle mie spalle ma non riesco a vedere qualsiasi ” scarsella ” che assomigli alla mia. La ricerca si allarga cominciando dall’ esterno della porta di entrata, agl’ antibagni dove è stato parcheggiato per qualche attimo il trolley, al bar dove il concitato andirivieni di viaggiatori mi alimenta le perplessità che la sospirata valigia abbia oramai preso il volo verso lidi sconosciuti e pertanto inarrivabili. Non arrendendomi, come mio carattere vuole, comincia una ricerca capillare che sfocia nella memoria in cui l’ ultima volta sono certo che l’ho vista per restringere il campo d’ azione.

La richiesta alla security cade nel vuoto e anche l’ appello via radio a tutte le decine di pulmini che si rincorrono sul circuito areoportuale non ha dato l’ esito sperato. Ritornando al “ rentar “ dove il bus cittadino mi aveva scaricato nella tratta che va dalla città all’ aeroporto, anche lì non ne incontro traccia o notizia. Continuo con insistenza sugl’ ascensori utilizzati, ma della borsa nemmeno l’ ombra. Indeciso se fare una denuncia alla polizia oppure avvisare il “ lost and found “, quest’ ultima però sarebbe probabilmente rimasta inevasa, il tempo sta diventando tiranno e da presto, come si dice da queste parti ” It’s getting late ” ( si sta facendo tardi ).

Inoltre non ci sono elementi concreti se si tratta di furto repentino o di una mia inconcepibile distrazione. Con un pizzico di malinconia e molto giramento di marroni salgo sul mastodontico vettore. Il volo che consumerà la notte sarà pieno di pensieri fino al tal punto da non dormire con il tarlo che comincia a fare i conti per rivolgermi su un poco amato mercato dell’ usato per sopperire al malcapitato danno. Ma al ritorno in Firenze nella propria abitazione l’ apertura della posta elettronica sul portatile mi fa letteralmente sobbalzare sul divano di salotto poiché un messaggio firmato Jackie from British Airways, m’ invita a parlare con un agente della Houston Police Departement.

Mai più l’ etichetta personale e completa di tutti i recapiti telefonici e non, situata sulla cinghia, risultò così utile…… Mi chiedo cosa c’ entrino gl’ inglesi se io ho volato con i teutonici ma la contentezza della missiva ricevuta, anche se non chiarisce i miei dubbi sulla dinamica dell’ accaduto, mi rende immensamente felice.

Con il Central Police Departement in Travis Avenue della metropoli texana si susseguono numerose e costose telefonate intercontinentali e grazie anche ad un italiano trapiantato da alcuni decenni in America, il sergente Luigi Angeli, trentino doc, si studia il metodo di farla ritornare in Italia anche se Lufthansa non ci aiuterà poiché il fatto è avvenuto fuori dal territorio di loro competenza, chiamato in gergo tecnico drop off……. In più ci sono problemi doganali per il valore attribuito…..trattasi di materiale elettronico senza passeggero a cui in frontiera dovrà dimostrare la proprietà…….. Considerato le diverse persone ascoltate e le versioni un pò contrastanti tra di loro sembra però optare la tesi che la borsa sia caduta per terra nel trasporto del carrello senza che io me ne sia accorto……….ma dalle scarne dichiarazioni spunta anche un giovane messicano con consorte appresso che l’ avrebbe avuta in mano nel momento del ritrovamento di un addetto all’ aeroporto.

Però il sudamericano avrebbe detto che stava andando a consegnarla all’ ufficio competente pertanto anche se avesse avuto intenzioni poco serie, come farsela sua, non sarebbe passibile di una denuncia da parte delle autorità. Resta poi il mistero perché mi abbiano avvisato le areolinee britanniche e il perché di una affermazione del ” graduato ” italo americano la borsa adesso è in mani sicure alla polizia. Parole tutto sommato un pò strane….. Un dilemma che non intendo risolvere, mi basta che ritorni il tutto nelle prossime settimane, come previsto in accordo con la polizia e per via corriere Fedex oppure Ups, anche se le spese saranno probabilmente a mio carico.

Per onore di cronaca la borsa conteneva: una Nikon digitale D 100, una Nikon analalogica F5, uno zoom 80 – 200 f/2.8, zoom grandangolare 17-35 f/2.8, duplicatore di focale, un 50 mm f/1.4, un flash SB28, tutti originali della casa giapponese in ottime condizioni, rulli da sviluppare e schede da scaricare.

Insomma, un capitale…….

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Viaggi, cani e gatti.


Chi si appresta a fare o è già in viaggio quest’anno sulle assolate autostrade italiane con bagagli, cani e gatti appresso potrà usifruire del Fido Park.
La nuova iniziativa è realizzata da Autogrill, Autostrade Spa e la Lav una delle principale associazioni animaliste che da anni si batte contro lo sfruttamento e il rispetto degl’animali.
In alcuni autogrill sono state create strutture apposite con tanto di cucce per quadrupedi, acqua a volontà e assitenza sia al ” padrone ” che agl’animali. E’ possibile inoltre conoscere tutte le proposte del gruppo Lav, denunciare eventuali abbandoni e far intervenire immediatamente gli operatori se gli animali sono stati mollati sulla rete autostradale.
Riferimenti: Viaggi, cani e gatti.

Le lacune delle guide rosse…..

Dopo anni di incostratato dominio la guida Michelin comincia a perdere colpi. E’ stata ritirata in fretta e furia dalle librerie e dai distributori quella del Benelux 2005, sull’onda della ” spifferata ” che il giornale Le Soir del Belgio ha dato in una notizia, dove un ristorante censito con specialità gastronomiche annesse non era stato nemmeno inaugurato e perciò chiuso.
La brutta figura, del ” Vangelo enogastronomico “, considerata punto di riferimento e motivo di orgoglio dei gestori che sono riusciti ad essere citati, adesso ha perso un pò del suo spessore culturale e sopratutto molta credibilità.
Gia nell’anno passato alcune rivelazioni di un esegeta di arte culinaria, improvvisamente licenziato, parlava di controlli esigui e approssimativi, di ristoranti che dovevano per forza essere inseriti, e della distribuzione delle stelle, simbolo della valutazione, non sempre veritiera e che esistevano accordi di sottobanco.
Le dichiarazioni furono sottolinate dalla stampa, ma alcuni credettero che era una rivincita personale per aver perduto la collaborazione con l’editore ma sopratutto di essersi pentito del lavoro non trasparente che aveva fatto.
Anche allora la casa editrice dovette comperare una pagina di alcuni quotidiani francesi per difendersi dalle pesanti accuse dell’ispettore ravveduto.
Ma quello che ha fatto scattare l’allarme nell'” incidente ” odierno è il fatto che lo chef del ristorante, Ostend Queen di Ostenda nel nord del paese, forse ingenuamente, ha rilevato al giornale di essere stato inserito nella ultima guida grazie agl'”ottimi rapporti ” che intercorrevano tra lo chef del locale a tre stelle di Bruxelles e l’ufficio della direzione dell’editore e perciò raccomandato.
Il capocuoco ha ammesso di aver fatto un accordo verbale per comparire fin dal 2005 nella guida senza essere costretto ad aspettare un anno e di aver ricevuto una segnalazione di buon rapporto qualità e prezzo.
Adesso migliaia di guide, si parla di oltre cinquantamila, sono state tolte dal mercato e dovranno essere corrette e revisionate e qualche epurazione verrà sicuramente effettuata, un danno economico e di immagine non indifferente.
Il mondo dell’editoria, specialmente quella turistica, o comunque di qualità o di specializzazione da sempre non verifica con puntiglio le reali capacità e la  realtà sul posto mentre si avvale di notizie spesso sommarie e generate da persone non affidabili.
Fatto però dalla Michelin che gode di grande considerazione nel mondo ci delude non poco.  Dobbiamo ricordare che anche le televisioni si sono spesso occupate di questo tipo di pubblicazioni. Lo stesso Bruno Vespa della Rai ogni anno organizza una trasmissione dove vengono ascoltati i rappresentanti di Michelin, Veronelli e altri.
Forse quando andremo ad un ristorante all’estero, ma anche in Italia, sarà meglio telefonare, non soltanto per prenotare, ma per chiedere se esiste veramente……

Gianluca Fiesoli.

Riferimenti: Le lacune delle guide rosse……