Eletto il nuovo Presidente al Circolo della Stampa ricordando A. Vergani.

 

 

FABRIZIO CUSA RACCOGLIE IL TESTIMONE LASCIATO PREMATURAMENTE DA AMEDEO VERGANI

Le prime dichiarazioni del neo presidente.

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Si sono svolte al Circolo della Stampa le elezioni del Gsgiv dell’Alg dovute alla prematura scomparsa di Amedeo Vergani.

Il nuovo presidente è Fabrizio Cusa, ecco le sue prime dichiarazioni: “Raccogliere l’eredità lasciata da Amedeo è una responsabilità estremamente gravosa. Le molte qualità e i pochi difetti erano uniti in una sola persona che rimarrà per noi fotoreporter, insostituibile.

La sua disponibilità per tutti noi, giornalisti “fotografanti”, anche per quelli al di fuori del sindacato, è sempre stata eccezionale.

La parola riconoscenza per me ha ancora un significato e sento come un dovere morale “tenere alta la bandiera”, come usava dire, anche se sono conscio dei miei limiti.

Proprio per questo chiedo a tutti una mano per aiutare la categoria. Il punto di riferimento non potrà più essere una persona sola ma un gruppo, formato dal direttivo, e da tutti coloro che vorranno proporre idee e progetti, al fine di prendere decisioni il più possibile collegiali.

Doverosi e sentiti i ringraziamenti: per la preziosa collaborazione e disponibilità alla famiglia di Amedeo alla quale va il mio personale abbraccio e a chi in questo periodo “da orfani” ci ha preso per mano. Grazie a: Giovanni Negri, Daniela Stigliano, Guido Besana, Giovanni Rossi, Adriana Berneri e per L’Ordine Letizia Gonzales e Laura Mulassano.

E un grazie a te Amedeo!”

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Addio ad Amedeo Vergani, bravo fotografo e difensore del fotogiornalismo.

La notizia mi rattrista moltissimo. Proprio non me lo aspettavo. Ci siamo scritti poche settimane fà.  Avevamo un rapporto via e mail da diversi anni,  anche se ” visivamente ” non ci siamo mai incontrati.  Anni fà c’ eravamo proposti di farlo, come quando venne a Firenze per un convegno, ma poi non se ne fece di nulla a causa di  un mio  impegno sopraggiunto all’ ultimo momento.

Ho spesso divulgato le sue missive e le iniziative Fnsi e dell’ Associazione di cui era Presidente a cui tra l’ altro ero iscritto, anche se non su tutte mi trovava completamente d’ accordo. Ma erano solo divergenze di opinione.

E’ morto nel sonno, probabilmente per un attacco di cuore, e se si può augurare ” una fine buona ” a qualcuno è sicuramente il modo migliore per andarsene .

Bravo fotogiornalista, di reportage, viaggi, cronaca e ” sindacalista ” del settore che ha avuto perlomeno ” il  merito e il coraggio ” di denunciare quelli che sono gl’ abusi e soprusi su una categoria che da molto tempo  sta attraversando una crisi che potremmo oramai definire irreversibile.

A 65 anni è deceduto Amedeo Vergani (  http://www.amedeovergani.com/  ).

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Il funerale si terrà martedì 4 maggio alle 15 presso la chiesa parrocchiale di Merone.

Il corteo funebre partirà da casa Vergani (via Emiliani 6 a Merone) alle ore 14.30.

Fotogiornalismo, ancora emergenza.

Riceviamo come di consueto la presente dall’ Associazione Giornalisti della Lombardia per voce di Amedeo Vergani.

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Emergenza fotogiornalismo.

CHIESTO L’INTERVENTO DEI CDR CONTRO IL FLAGELLO DEGLI APPALTI DELLE FOTOCRONACHE A TARIFFE ORMAI DA FAME.

L’appello arriva dal Gsgiv della Lombardia – E’ urgente valutare la legittimità dei rapporti tra i quotidiani e chi copre la loro informazione visiva – Questo  sia in base alle leggi dello Stato sulla Stampa e sull’Ordinamento professionale, sia in rapporto alle norme fissate dal  Cnlg, nel caso di singoli fotoreporter, sia in riferimento al suo “Allegato M”, nel caso di strutture con personalità giuridica.

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  Torna alla carica il Gsgiv dell’Alg per sollecitare i vertici dell’Associazione lombarda dei giornalisti a coinvolgere Comitati di redazione e fiduciari sindacali dei quotidiani della Lombardia a verificare se è tutto nelle regole nei rapporti tra i quotidiani di loro competenza e le varie e variegate entità che coprono anche interi comparti della cronaca visiva passata ai lettori. 

   ” Caro Presidente – afferma una richiesta diramata poco fa dal direttivo del Gsgiv dell’Alg – tornando al malcontento generale dei fotoreporter, partito in gennaio dal caso Gazzettino di Venezia ed esploso poi in modo molto più visibile a Milano, sulla gravissima crisi causata, soprattutto nel settore della cronaca, dal fenomeno del flagello delle agenzie fotografiche che vendono informazione visiva sottocosto attraverso contratti forfettari sempre più al ribasso, ti rinnoviamo l’invito che ti era già stato avanzato informalmente dal nostro presidente, Amedeo Vergani, affinché, tramite il dipartimento sindacale Alg, vengano convocati al più presto Comitati di redazione e fiduciari sindacali dei quotidiani lombardi per dar loro mandato di verificare nello specifico  il genere di rapporti e contratti che ora intercorrono tra le singole testate e tutte le variegate entità che producono e mettono a disposizione delle redazioni le immagini relative ai fatti d’attualità, locali e non.

   “Questo per poterne valutare – specifica molto esplicitamente il documento – la legittimità sia in base alle leggi dello Stato sulla Stampa e sull’Ordinamento professionale, sia in rapporto alle norme fissate dal  Cnlg, nel caso di singoli fotoreporter, sia in riferimento al suo “Allegato M”, nel caso di strutture con personalità giuridica”.

   “Il problema, come hai potuto toccare con mano nelle due nostre assemblee alle quali hai partecipato – sottolinea il Gsgiv –  è davvero da “allarme rosso”. Sono moltissimi infatti i colleghi rimasti senza lavoro o con redditi veramente da fame. Numerosi di loro hanno figli di minore età a carico ed i livelli di esasperazione sono concretamente molto alti.

   “Tieni conto che le situazioni più gravi denunciate dalla protesta dei colleghi – conclude il documento del direttivo Gsgiv –  sono quelle in atto a Corriere, Giornale e Giorno e alle redazioni lombarde di Stampa e Repubblica”.

   L’appello dei fotogiornalisti impegnati nell’Alg è stato inviato anche a tutte le alte cariche del Sindacato affinché si impegnino, vista la loro grande sensibilità già dimostrata, a far partire iniziative simili e parallele in altre regioni che per ora non lo avessero ancora fatto.

 

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Firma contro la paga da fame.

Ricevo la presente e pubblico con piacere dall’ Associazione Lombarda dei Giornalisti per voce di Amedeo Vergani. 

 

 

 
 
Fotografi “in protesta”
 
CONTINUA LA RACCOLTA FIRME
PER BOICOTTARE
I SETTE EURO A FOTO
DEL COMUNE
PER RACCONTARE
UNA “MILANO DA SOGNO” 
 
Alla berlina anche la “Fratelli Alinari” e l’editrice “Blurb”
 
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Continua la raccolta di firme per boicottare l’iniziativa del Comune di Milano che ( vedi notizia che riportiamo qui sotto ) vorrebbe farsi a costo quasi nullo un dossier di immagini su una “Milano da sogno” da utuilizzare poi per i suoi fini promozionali.
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     Fotografia&Informazione attacca duramente un Concorso di fotografia organizzato da Comune di Milano, Fratelli Alinari Gruppo 24Ore  e Blurb come  ‘’l’ ennesimo segnale della tragica realtà che caratterizza la fotografia nel nostro paese’’ e invita a boicottarlo.
     Si tratta del concorso “Sogno Milano,la città attraverso la fotografia contemporanea”, partito qualche giorno fa, attraverso il quale verranno selezionati per raccontare la città tra i dieci e i venti “artisti della fotografia”.
     Marco Capovilla, giornalista e vicepresidente di Fotografia&Informazione, svolge una amara riflessione sul sito dell’associazione e denuncia prima di tutto il livello offensivo dei compensi offerti ai vincitori : sette euro per una foto.
    “Non stiamo parlando del listino prezzi delle stampe 20×30 di un laboratorio di stampa amatoriale on-line. Sette euro a foto- denuncia Capovilla –  rappresenta il compenso per fotografia previsto dal nuovo, grandioso concorso lanciato da tre prestigiosissimi soggetti : il Comune di Milano e Fratelli Alinari (Gruppo 24Ore), oltre al service di stampa di libri digitali Blurb”.
    Al di là dei compensi per i fotografi che verranno scelti (500 euro per 35-70 immagini che, come dice il bando,  «verranno utilizzate per tutte le attività istituzionali, promozionali e di comunicazione della città di Milano a carattere non commerciale » – praticamente per qualsiasi iniziativa – Capovilla sottolinea come il bando imponga, di fatto, anche il punto di vista che le immagini dovrebbero rappresentare.
    I fotografi che vorranno partecipare al concorso – spiega Capovilla – dovranno saper “raccontare Milano in tutti i suoi aspetti positivi” e, per non lasciare il minimo spazio al dubbio “Le immagini proponibili dovranno essere rappresentative di aspetti positivi della città di Milano”.
Ossia, per parlare chiaro, rappresentare Milano unicamente nei suoi aspetti positivi e mettere da parte quei “suoi  aspetti, non diciamo negativi, ma nemmeno discussi, problematici o contraddittori”.
    A questo punto, suggerisce Fotografia&Informazione, “si potrebbe organizzare una bella improvvisata al Comune di Milano e ai suoi nobili soci: inondargli il server proprio di queste immagini che loro disdegnano”. Qualche immagine di Via Padova, ad esempio, o delle codizioni del Lambro, o ancora,  dei rom, dei quartieri dormitorio, delle fabbriche che chiudono, e così via. “Chissà che, finalmente aperti gli occhi sulla realtà, il Comune non decida di affrontare i numerosi problemi che i cittadini ben conoscono per essere costretti a viverli sulla loro pelle ma che gli amministratori vorrebbero veder sparire del tutto, perfino dalle fotografie”.
    Fotografia&Informazione invita quindi a boicottare questo concorso, non partecipando. E annuncia la diffusione in tempi brevi di ‘’una lettera-tipo, da compilare e da inviare al Comune di Milano, in cui si spiega perché si è deciso di non partecipare a questo concorso’’.

  

 

 
 

 

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Giornali e reporter sotto accusa.

Riceviamo la presente dall’ Associazione lombarda dei Giornalisti per voce del suo rappresentante Amedeo Vergani.

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Secondo un articolo pubblicato su www.francoabruzzo.it  gli autori delle foto e i redattori che le hanno pubblicate hanno commesso un gravissimo sgarro alla deontologia professionale perché ora i due, entrambi studenti in Italia, tornando in patria rischierebbero spietate ritorsioni – A parere dell’articolista i volti dei manifestanti andavano oscurati – Se così fosse, per la stampa italiana addio alle immagini di qualsiasi manifestazione di piazza di stranieri contro regimi e despoti dei propri Paesi d’origine – Tanti gli interrogativi e profonde le perplessità.

  

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      C’è una protesta di piazza di stranieri contro regimi e despoti che, nel loro Paese d’origine, hanno azzerato la libertà e perseguitano ferocemente i loro oppositori. Se volete essere dei fotogiornalisti corretti e davvero come si deve, niente più foto, please. Oppure, scattate a volontà ma poi giù a manetta con photoshop e pixel a gogò per oscurare i volti di tutti i manifestanti. In caso contrario, se siete cittadini nel “reame”dell’Odg, saranno grossi guai. Non finirete in manette, ma potreste persino essere cacciati a calcioni dall’Ordine professionale.

     Più o meno così stando ad un articolo pubblicato ieri su  www.francoabruzzo.it , il notiziario on line che si occupa di giornalismo ed è redatto e diretto da uno dei guru italiani più celebri in fatto di diritto e informazione: Franco Abruzzo, ex presidente ( 18 anni consecutivi ) dell’Odg  della Lombardia.

   L’articolista, Viola Venturelli, mette infatti sotto accusa fotoreporter e redattori di due quotidiani freepress per aver ripreso e pubblicato senza “oscuramenti” le immagini di due giovani iraniani, studenti in Italia, che nel febbraio scorso, in occasione di una protesta anti regime di Teheran, avevano manifestato davanti al consolato iraniano di Milano. Secondo l’articolo, i due giovani, dopo la pubblicazione delle loro foto, ora non potranno più ritornarsene in patria dove, per chi si oppone al regime, i rischi, come si sa bene, sono altissimi, quello della vita compreso.

   Secondo Viola Venturelli, fotoreporter e redattori avrebbero commesso una violazione gravissima alla Carta di Roma, il protocollo deontologico a tutela dei diritti di rifugiati politici e richiedenti asilo sottoscritto cinque anni fa da Ordine nazionale dei giornalisti, Sindacato e Unhcr. L’articolista nella sua accusa fa riferimento ad un preciso passaggio della Carta di Roma che impone come dovere del giornalista quello di “tutelare i richiedenti asilo, i rifugiati, le vittime della tratta ed i migranti che scelgono di parlare con i giornalisti, adottando quelle accortezze in merito all’identità ed all’immagine che non consentano l’identificazione della persona, onde evitare di esporla a ritorsioni contro la stessa e i familiari, tanto da parte di autorità del paese di origine, che di entità non statali o di organizzazioni criminali”.

   Gli interrogativi e le perplessità sulle affermazioni della Venturelli non mancano. Senza stare ad elencarne troppi, c’è da domandarci se siamo proprio certi, per esempio, che la norma da lei citata preveda “immagini che non consentano l’identificazione” anche per dei migranti che, adulti, istruiti e vaccinati, appunto come i due studenti di Milano, decidono, pienamente coscienti delle proprie azioni e delle loro possibili conseguenze, di scendere in piazza in una manifestazione di grande interesse mediatico per andare ad urlare la loro rabbia a volto scoperto, proprio davanti a fotoreporter e tv ?

   Forse qualche dubbio è legittimo.

   In caso contrario nel giornalismo italiano si dovrebbe davvero dire un bell’addio alla possibilità di far vedere ai lettori qualsiasi manifestazioni di piazza contro le malefatte di questo o quel regime. C’è da chiedersi infatti come potrebbe fare anche il più scrupoloso e sensibile dei fotoreporter, davanti ad una folla che manifesta, ad andare a chiedere a tutti coloro che inquadra se sono cittadini del Paese nel mirino della protesta e se finire su un giornale li potrebbe inguaiare. Roba da bacchetta magica. Pensabile solo da chi vive su pianeti molto lontani da quello del lavoro di giornalista e , soprattutto, in galassie dove chi lavora dietro una macchina fotografica o una telecamera nasce dotato di poteri tali da far diventare molto limitati persino quelli della ” santissima trinità” dei cristiani al completo.

   In più, visto che il paese delle meraviglie di Alice è sicuramente altrove, vogliamo proprio essere così fessi da pensare che il consolato iraniano di Milano, tra telecamere di sorveglianza, apparati di sicurezza e spioni vari e variegati, per schedare due studenti incazzati stia ad aspettare le foto che, per puro caso, finiscono sulle pagine di un paio di “freepresse”?

    L’attenzione al rispetto dei principi etici ed ai doveri dettati dalla deontologia è sacrosanta.

    Ma, per favore, non esageriamo.

 

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Ecco qui di seguito l’articolo pubblicato ieri nel sito www.francoabruzzo,it

 

City e Metro violano


la Carta di Roma firmata
da CNOG, FNSI e
UNHCR nel 2005

Iraniani in piazza a Milano:
grazie a City e Metro da
semplici studenti
diventano dissidenti schedati

Durante una manifestazione due studenti sono stati fotografati a volto scoperto e l’immagine pubblicata il giorno dopo sui due quotidiani: impossibile per loro un ritorno in patria. Violato il protocollo sui rifugiati politici e i richiedenti asilo

di Viola Venturelli

 

Milano, 23 marzo 2010. Si erano trovati davanti al Consolato dell’Iran a Milano l’11 febbraio 2010, in occasione del 31esimo anniversario della rivoluzione khomeinista per manifestare contro la dittatura iraniana e la repressione della libertà. Una leggerezza li ha trasformati da studenti in ricercati politici schedati dalla polizia in Iran: uno slogan gridato a volto scoperto e ripreso da due foto pubblicate dai quotidiani gratuiti Metro e City il giorno successivo. Sono i ragazzi dell’associazione In Piazza,  (http://sites.google.com/site/inpiazzaitaliano/)  nata per far conoscere all’opinione pubblica italiana i motivi del dissenso contro il governo persiano.

L’Iran è il terzo paese per numero di blog che fanno informazione; spesso sono l’unica fonte di informazione libera in un Paese dove i media tradizionali vivono sotto il monopolio del regime. Per un blog si rischia di finire in carcere, e si viene torturati. A Hamid (i nomi sono di fantasia), che in Iran faceva l’ingegnere elettronico e ora manifesta in piazza a Milano, è successo proprio questo. Nel suo paese è stato tenuto per due settimane in stato di fermo dalla polizia, è uscito dal carcere con un braccio rotto ed è scappato in Italia per fuggire alle persecuzioni. Ora è in Italia e ha chiesto asilo politico; il suo blog è stato oscurato e non può più tornare in patria.

Ali invece studia per diventare architetto al Politecnico di Milano. Da quel giorno Ali e Hamid hanno un problema: i quotidiani City (Rcs) e Metro (New Media Enterprise) hanno pubblicato, in prima pagina sul dorso milanese e con richiamo in prima (City) e nelle pagine milanesi (Metro), un loro primo piano mentre gridano slogan come ‘Libertà per l’Iran’, ‘Morte al dittatore’. “Sono sicuro – spiega Nima – che la mia foto è stata trasmessa dal Consolato alle autorità iraniane: dubito di poter tornare in patria senza correre rischi; una volta entrato non potrei più uscirne e diventerei un sorvegliato speciale. Ho paura anche e soprattutto per la mia famiglia, che potrebbe subire ritorsioni’.

Le fotografie sono state scattate in violazione della Carta di Roma del 2005, protocollo firmato dal Consiglio nazionale dell’Ordine dei Giornalisti e dalla FNSI d’intesa con l’UNHCR, insieme alle associazioni regionali di categoria e ad alcune università, che impone particolare attenzione e riservatezza nei confronti di rifugiati, richiedenti asilo, vittime della tratta e migranti. Un codice deontologico che i giornalisti di City (che con tutta probabilità hanno scattato l’immagine, non essendoci sul quotidiano alcun riferimento a fornitori esterni) e Metro (che invece ha utilizzato un’immagine Fotogramma) hanno palesemente violato, incuranti dei rischi a cui hanno sottoposto i manifestanti.

Particolare attenzione va posta – si legge sulla Carta di Roma – nei confronti di tutti questi soggetti, anche in considerazione della loro limitata conoscenza delle dinamiche mediatiche del paese ospite, e non essere quindi in grado di valutare tutte le conseguenze dell’esposizione attraverso i media.

In calce al protocollo di Roma si auspicava la costituzione di un Osservatorio permanente che vigilasse sul rispetto del codice. Cosa è stato fatto in questi cinque anni? In teoria la deontologia, su cui vigila l’Ordine dei Giornalisti, dovrebbe costituire il sostrato etico con cui esprimere il sacrosanto diritto di cronaca di ogni giornalista, e sarebbe bastato un semplice ‘ritocco’ con i moderni mezzi tecnologici per offuscare il volto dei manifestanti preservandone la sicurezza. Così non è stato, e un illecito disciplinare passato in sordina qui in Italia avrà invece ben più gravi conseguenze per questi giovani che, dall’Italia, manifestavano contro la dittatura nel loro Paese.

 

 

Un decalogo dei doveri per il fotogiornalismo…….( ma quando mai…lo aggiungo io …)

Nuovo sciopero dei giornalisti.Ricevo la presente dall’ Associazione lombarda dei giornalisti  e per voce del suo Presidente Amedeo Vergani, aggiungendo di essere in pieno accordo e sintonia con lo stesso Vergani in merito alla questione in oggetto.

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PER I FOTOGIORNALISTI ITALIANI E’ IN ARRIVO UN ” DECALOGO DEI DOVERI “.

 

Una bozza del nuovo documento dovrebbe essere presa in esame nei prossimi giorni dal Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti – Perplessità sul fatto che la stragrande maggioranza di chi opera nel fotogiornalismo è fuori dall’Odg e quindi non può essere sottoposta alla sua disciplina – E allora, si chiede Amedeo Vergani che un anno fa aveva presentato una sua relazione preliminare, che senso ha pensare di aggiungere nuovi codici o decaloghi a quanto già c’è sul fotogiornalismo, mentre si lascia che continui invece a non esserci, o quasi, la categoria alla quale applicarli ?

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    Ci sarà  molto presto anche un decalogo per i fotogiornalisti tra le Carte e i protocolli deontologici coi quali l’Ordine nazionale dei giornalisti ha approfondito e sviluppato i principi etici basilari fissati nel 1963 dal Parlamento italiano quando varò la legge che governa la professione di giornalista.

    Così almeno stando alla notizia secondo cui nei giorni scorsi è stata presentata ai consiglieri nazionali dell’Odg  la bozza di un decalogo che dovrebbe essere discussa nel corso dellla seduta con la quale, tra mercoledì e venerdì prossimi, l’ attuale  Consiglio nazionale dell’ Ordine concluderà i lavori del suo mandato triennale prima delle nuove elezioni di fine maggio.

    L’ intenzione dell’attuale vertice dell’Ordine di dedicare ai fotogiornalisti uno specifico documento deontologico era stata annunciata, alla fine del 2007, in occasione dell’insediamento del Gruppo di lavoro Odg sulla “Multimedialità” quando il suo responsabile, il consigliere nazionale Rodolfo Valentini, aveva presentato il progetto di realizzare un “Codice dei diritti e dei doveri dei fotogiornalisti” che, successivamente, è poi stato concentrato in modo molto più specifico solo sulla deontologia.

    La stesura della bozza del decalogo da parte dei membri del Gruppo “Multimedialità” è stata elaborata dopo che l’organismo Odg, nell’impostare i suoi lavori, aveva sentito pareri e suggerimenti di alcuni esperti esterni, tra i quali anche Amedeo Vergani, fotogiornalista, membro della redazione di Lsdi dalla sua fondazione.

    La sua relazione, che era stata presentata all’Odg nel marzo dell’anno scorso e che è pubblicata integralmente qui http://www.lsdi.it/wp-content/Lsdi-Relazione-Vergani-Odg.doc, è un  documento di analisi particolarmente circostanziata sulla realtà direttamente interessata all’applicazione delle norme sul fotogiornalismo.

   Tra gli altri aspetti, le riflessioni di Vergani , pur sottolineando la piena validità del sistema deontologico italiano  anche in rapporto a quello di matrice anglosassone, ne denunciano l’estrema fragilità: l’Ordine dei giornalisti anche se dispone già oggi di regole e strumenti quasi ineccepibili ha però gravissime difficoltà oggettive nella loro applicazione.

   Una stragrande maggioranza di chi opera nel fotogiornalismo è infatti fuori dall’Odg. Pertanto non può essere sottoposta alla sua disciplina, sfuggendo così ai provvedimenti sanzionatori previsti dalla legge sulla professione in difesa del diritto dei cittadini ad un’informazione leale e corretta.

   In sostanza, si chiede implicitamente Vergani, che senso ha pensare di aggiungere nuovi codici o decaloghi a quanto già c’è sul fotogiornalismo, mentre si lascia che continui invece a non esserci, o quasi, la categoria alla quale applicarli ?

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In Gran Bretagna è forse arrivata la fine del copyright ( © ).

Riceviamo la presente dall’ Associazione Lombarda dei Giornalisti. 

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Un disegno di legge prevede che per conservare i diritti sulle proprie immagini il fotografo debba registrarle presso una apposita agenzia, altrimenti scatterà il cosiddetto  “orphan work” – Le immagini potranno essere rubate e usate dovunque e da chiunque, dando per scontato che il “ladro” cercherà di fare il minimo sforzo per trovare il vero autore delle foto – Intanto l’ Information Commissioner’s Office (Ico) sostiene che una fotografia scattata in luogo pubblico possa contenere dei “dati privati” e un orientamento in questo senso potrebbe stravolgere completamente il lavoro del fotogiornalista dando una carta straordinaria nelle mani di politici disonesti e pubblici ufficiali corrotti

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Monta nel Regno Unito l’ allarme dei fotogiornalisti per due diversi provvedimenti governativi che si profilano all’ orizzonte e che potrebbero radicalmente modificare il quadro della professione. In peggio naturalmente.

 

1 – I fotografi perderanno la protezione del copyright sul loro lavoro?

Questa allarmante e offensiva proposta – commenta Philip Dunn* sull’ Online Journalism Blog, invitando i colleghi alla mobilitazione –  diventerà legge dello Stato (in UK) se passerà il Digital Economy Bill, che attualmente è in discussione in Parlamento. La legge è sponsorizzata da un ministro non eletto, Lord Peter Mandelson, primo Segretario di Stato e responsabile per l’ innovazione e le professioni, uno dei principali esponenti del New Labour.

Ecco, spiega Dunn, come la legge colpirà il copyright:

 L’ idea che l’ autore di una fotografia abbia i diritti pieni sul suo lavoro – come prevedono le norme internazionali e  il Copyright Act del 1988 – sarà completamente superata. Se l’ autore vorrà mantenere ogni controllo sul suo lavoro, dovrà registrare quell’ opera (e ciascuna versione di essa) presso una nuova Agenzia che ancora non è stata realizzata.

Particolari su come questo organismo verrà costituito – e quanto costerà ciascuna registrazione – vengono lasciati deliberatamente nel vago dal progetto di Lord Mandelson.

Se non verranno registrate presso questa quasi-ong che dovrebbe essere l’ Agenzia, quelle immagini potranno essere rubate e usate dovunque e da chiunque, dando per scontato che il “ladro” cercherà di fare il minimo sforzo per trovare il vero autore delle foto.

E’ il sistema del cosiddetto orphan work: cioè di un’ opera coperta da copyright ma di cui è difficile o impossibile individuare e quindi contattare chi ne detiene i diritti.

Attualmente, la legge internazionale – attraverso la Convenzione di Berna per la Protezione del lavoro letterario e artistico – , riconosce i diritti di proprietà del creatore. Questo consente ai proprietari dell’ immagine di controllare come il loro lavoro venga usato.

Ora le norme internazionali vengono ignorate dal governo britannico e questa Legge spazzerà via più di 150 anni di legislazione Britannica sul copyright.

Se ci sarà un grosso passo verso uno stato di polizia e la soppressione dell’ informazione – osserva ancora Dunn -, sarà proprio questo progetto. Gran parte del progetto di legge infatti non passerà per il Parlamento visto che un articolo del Digital Economy bill (Section 42, sections 16a, 16b, 16c) prevede che la gestione del settore venga affidata direttamente agli uffici di Mandelson, senza bisogno di norme specifiche. Nessuna norma verrà quindi discussa e votata.

Lord Mandelson manovra nell’ ambiguità, è uno che ci sa fare.

E il governo è determinato a far passare questa legge senza emendamenti ed entro il 6 maggio, data delle elezioni generali.

Su Copyright Action si può trovare un’ analisi più dettagliata approfondita della questione. Così come sulla seconda questione che Philip Dunn pone.

2) I fotografi potrebbero perdere la libertà di scattare fotografie nei luoghi pubblici?

Non contenti di aver cancellato il copyright sulle fotografie, un’ altro ramo del Governo sta pensando a introdurre delle limitazioni disastrose alla libertà di fare foto nei luoghi pubblici.

L’ Information Commissioner’s Office (ICO) sostiene infatti ora che una fotografia scattata in luogo pubblico possa contenere dei “dati privati”.

Questo significherebbe che se scatti una foto per strada e c’ è qualche privato cittadino nell’ immagine, quest’ ultimo avrebbe il diritto di chiedere un compenso o di impedire la pubblicazione di quella foto.

Se venisse applicata ai fotografi professionali l’ interpretazione dell’ ICO, sarebbe naturalmente una splendida carta che politici, ladri e pubblici ufficiali corrotti potrbbero usare per impedire che qualcuno li fotografi in pubblico e utilizzi quelle immagini. Quanti fotografi saranno chiamati in tribunale? Quanto verranno mostrati ai cittadini i comportamenti scorretti dei politici? Quanti innocente appassionati di fotografia verranno minacciati e infastiditi dalla gente per strada?

Non importa che l’ UK abbia più telecamere a circuito chiuso nelle strade di qualsiasi altro paese al mondo: in futuro, se scatti una foto in un luogo pubblico e questa immagine, per esempio, viene pubblicata su Flickr, potrai essere perseguito.

( Philip Dunn è un ex fotografo del Sunday Times, professionista da 40 anni. Ora dirige corsi di Fotografia a Minorca e in Scozia e produce Dvd didattici ).

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