Il modello Iva base 2011. Novità e informazioni per la presentazione.

Un interessante articolo su come usare il modello iva base 2011. Le novità per la dichiarazione e i tempi della presentazione. A firma della dott.ssa Paola Mazza, commercialista e Revisore dei Conti. Maggiori informazioni sui siti Ipsoa Editore e Pmi Microsoft – Tutti i diritti sono riservati.

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Modello IVA Base 2011

Introduzione

Il modello IVA Base è stato istituito allo scopo di semplificare la procedura dichiarativa per alcune specifiche categorie di contribuenti che nel corso dell’anno hanno determinato l’imposta secondo le regole generali previste dalla disciplina IVA.
Dette categorie di contribuenti possono utilizzare il modello IVA Base 2011 in alternativa al modello IVA 2011 ed effettuare l’inoltro della dichiarazione sia in via autonoma che nell’ambito della dichiarazione unificata. Una delle principali novità presenti nella dichiarazione IVA Base 2011 è rappresentata dall’inserimento del quadro VR attraverso il quale, essendo stato abrogato il modello VR, può essere effettuata la richiesta di rimborso del credito IVA.

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Il contribuente tenuto alla presentazione della dichiarazione IVA può utilizzare in alternativa al modello IVA 2011, una versione semplificata: il modello IVA Base 2011.
Tale modello può essere presentato sia che si voglia inoltrare la dichiarazione IVA in via autonoma che unitamente al modello UNICO 2011 (Cfr. Tavolan. 1).Tavola n. 1 – Modalità di presentazione dichiarazione IVA La dichiarazione IVA in via autonoma può essere presentata a decorrere dal 1º febbraio 2011 al 30settembre 2011.
La dichiarazione presentata insieme al modello UNICO può essere inoltrata entro il 30 settembre 2011 (Cfr. Tavola n. 2).

Tavola n. 2 – Termini presentazione modello IVA

 

Ambito soggettivo

Possono utilizzare il modello IVA Base 2011 i contribuenti (sia persone fisiche che soggetti diversi dalle persone fisiche) che nel corso dell’anno:

hanno determinato l’imposta secondo le regole generali previste dalla disciplina IVA e che non hanno applicato specifici criteri afferenti speciali regimi;
hanno effettuato cessioni di beni usati in via occasionale e/o operazioni relative ad attività agricole connesse di cui all’art. 34-bis del D.P.R. 633/ 1972;
non hanno effettuato operazioni con l’estero;
non hanno effettuato acquisti ed importazioni senza applicazione di IVA in virtù del plafond di cui all’art. 2, comma 2, della Legge n. 28/1997;
non hanno partecipato ad operazioni straordinarie o subito trasformazioni sostanziali soggettive.

Dalle istruzioni si evince, inoltre, che non possono utilizzare il modello IVA Base 2011:

i soggetti non residenti anche se hanno nel territorio dello Stato una stabile organizzazione o fruiscano di rappresentanza fiscale o di identificazione diretta;
le società di gestione del risparmio che gestiscono fondi immobiliari chiusi;
i soggetti tenuti ad utilizzare il modello F24 auto UE obbligatorio per i rivenditori di autoveicoli sul mercato Comunitario;
i curatori fallimentari e i commissari liquidatori per le procedure concorsuali;
le società che hanno partecipato ad una procedura di liquidazione dell’IVA di gruppo di cui all’art. 73 del D.P.R. n. 633/1972.

 

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Cud 2011: le novità.

Un articolo sul nuovo Cud 2011. Lo scritto comprende tutte le novità. A firma di Saverio Cinieri, Pmi Microsoft – Ipsoa Editore – I diritti sono riservati.

CUD 2011 tra conferme e novità.

E’ stato pubblicato, sul sito internet dell’Agenzia delle Entrate, il modello CUD 2011 relativo al periodo d’imposta 2010. La certificazione va consegnata al lavoratore entro il 28 febbraio del periodo d’imposta successivo a quello cui si riferiscono i redditi certificati ovvero entro 12 giorni dalla richiesta del dipendente in caso di cessazione del rapporto di lavoro

Modalità di consegna e contenuto

Il modello va consegnato al contribuente, generalmente, in formato cartaceo anche se è possibile la sua trasmissione in formato elettronico, purché sia garantita al dipendente la possibilità di entrare nella disponibilità dello stesso e di poterlo materializzare per i successivi adempimenti. (in tal caso, il sostituto d’imposta deve accertarsi che ciascun dipendente si trovi nelle condizioni di ricevere in via elettronica la certificazione).

Il CUD deve essere utilizzato per certificare:
a) l’ammontare complessivo dei redditi di lavoro dipendente, equiparati ed assimilati, di cui agli articoli 49 e 50 del TUIR, corrisposti nell’anno precedente ed assoggettati a tassazione ordinaria, a tassazione separata, a ritenuta a titolo d’imposta e ad imposta sostitutiva;
b) le relative ritenute di acconto operate;
c) le detrazioni effettuate.

Novità del CUD 2011

Da una prima lettura del modello e delle istruzioni di compilazione è possibile cogliere le principali novità di quest’anno, della parte B, dedicata ai Dati fiscali, che vengono di seguito evidenziate.

Docenti e ricercatori che rientrano in Italia

Nel caso di docenti e ricercatori che, in possesso di titolo di studio universitario o equiparato, siano non occasionalmente residenti all’estero e abbiano svolto documentata attività di ricerca o docenza all’estero presso centri di ricerca pubblici o privati o università per almeno due anni continuativi che, dal 29 novembre 2008 o in uno dei 5 anni solari successivi, vengano a svolgere la loro attività in Italia e che conseguentemente divengono fiscalmente residenti nel territorio dello Stato, è soggetto ad IRPEF solo il 10% dei redditi corrisposti (agevolazione prevista dal D.L. n. 185/2008, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 2/2009).

Pertanto, così come previsto anche nel modello dello scorso anno, nel punto 1 del CUD va indicato il 10% del reddito percepito. Però – e ciò costituisce una novità rispetto al passato – nel modello di quest’anno occorre indicare, nelle annotazioni, con il codice BC, l’ammontare delle somme che non hanno concorso a formare il reddito imponibile (e quindi, il 90% dell’ammontare erogato).

Imposta sostitutiva stock option

Per attenuare gli effetti economici potenzialmente discorsivi propri delle forme di remunerazione operate sotto forma di bonus e stock options, è stato previsto che sui compensi a questo titolo, che eccedono il triplo della parte fissa della retribuzione, attribuiti ai dipendenti che rivestono la qualifica di dirigenti nel settore finanziario nonché ai titolari di rapporti di collaborazione coordinata e continuativa nello stesso settore è applicata una addizionale del 10% (art. 33, D.L. 31 maggio 2010, n. 78 convertito con modificazioni dalla legge 30 luglio 2010, n. 122).

Pertanto, il CUD 2011 tiene conto di questa novità. Infatti, in presenza di remunerazioni erogate sotto forma di bonus e stock option, nelle annotazioni va indicato, con il codice BL:
• l’ammontare complessivo di dette remunerazioni;
• la parte di detti compensi eccedenti il triplo della parte fissa della retribuzione;
• la relativa imposta operata.L’annotazione, quindi è del tipo: “Ammontare totale erogato del bonus e delle stock option, importo […]; Ammontare del bonus e delle stock option che eccede il triplo della parte fissa della retribuzione, importo […]; relativa imposta operata, importo […]“.

Acconto addizionale comunale sospeso per eventi eccezionali

Tale modifica è solamente formale. Infatti, tra le annotazioni al punto 18, è stato inserito un nuovo codice (BS) da utilizzare per indicare l’importo dell’acconto dell’addizionale comunale certificato nel CUD precedente che non è stato operato a seguito della sospensione avvenuta per eventi eccezionali.

Tale informazione, lo scorso anno era indicata cumulativamente con l’addizionale regionale e il saldo dell’addizionale comunale mediante il codice BP.

Ripresa adempimenti a seguito del terremoto dell’Aquila

Per i soggetti che si sono avvalsi dell’assistenza fiscale, nei punti 31, 32 e 33 vanno indicati, rispettivamente, gli eventuali crediti di IRPEF (sia da tassazione ordinaria che separata), di addizionale regionale all’IRPEF e di addizionale comunale all’IRPEF relativi all’anno precedente non rimborsati per qualsiasi motivo dal sostituto. A tale proposito, in merito alla ripresa degli adempimenti e dei versamenti relativi alla sospensione a seguito degli eventi sismici del 6 aprile 2009, è previsto che detti versamenti, su richiesta del sostituito, possano essere effettuati dal datore di lavoro (circolare 13 agosto 2010 n. 44/E).

Pertanto, nel caso di cessazione del rapporto di lavoro prima della conclusione del versamento delle rate da parte del datore di lavoro, quest’ultimo deve indicare nelle annotazioni:
• con il codice BU gli importi non versati relativi all’assistenza fiscale prestata;
• con il codice BT gli altri importi non versati;
• con il codice BV, in ogni caso, tutti i versamenti effettuati.

Somme erogate per l’incremento della produttività del lavoro

Anche nel modello di quest’anno, trova spazio una sezione dedicata alla detassazione delle somme erogate per l’incremento della produttività del lavoro, prevista dal D.L. 27 maggio 2008 n. 93 (convertito con modificazioni dalla legge n. 126/2008).

Si ricorda, infatti, l’agevolazione è stata oggetto di varie proroghe:
– dapprima, con l’art. 5, D.L. n. 185/2008 (convertito, con modificazioni, dalla legge 28 gennaio 2009, n. 2), è stata disposta la proroga del beneficio sopra indicato per il periodo dal 1° gennaio 2009 al 31 dicembre 2009, entro il limite di importo complessivo di 6.000 euro lordi, con esclusivo riferimento al settore privato e per i titolari di reddito di lavoro dipendente non superiore, nell’anno 2008, a 35.000 euro, al lordo delle somme assoggettate nel 2008 all’imposta sostitutiva del 10% di cui all’art. 2, D.L. n. 93/2008;
– successivamente, con l’art. 2, commi 156 e 157, legge 23 dicembre 2009, n. 191, l’agevolazione è stata confermata, alle stesse condizioni, anche per il 2010.

Ci sono però alcune novità nel modello di quest’anno. Innanzitutto, nel punto 93 oltre ad essere indicata la quota della somma erogata per l’incremento della produttività del lavoro fino a 6.000 euro, al netto delle trattenute previdenziali obbligatorie, vanno riportati:

• l’intero compenso erogato per lavoro notturno (e non la sola maggiorazione), le somme erogate per prestazioni di lavoro straordinario, nonché le indennità o maggiorazioni di turno (cfr. risoluzione n. 83/E del 17 agosto 2010);
• la quota di sgravio contributivo concesso sulle retribuzioni variabili fissate dalla contrattazione collettiva di secondo livello, qualora ricorrano le condizioni per l’applicazione, sulle predette somme, dell’imposta sostitutiva del 10% prevista per i premi di produttività e di risultato.Inoltre, nel CUD 2011 trovano posto nuovi campi (97, 98, 99, 100 e 101) in cui indicare:
• punti 97 e 99, rispettivamente, le somme erogate negli anni 2008 e 2009 per il conseguimento di elementi di produttività e redditività ovvero per lavoro straordinario assoggettabili a imposta sostitutiva in tali anni, sulle quali invece è stata effettuata la tassazione ordinaria (il sostituto deve compilare i suddetti punti anche qualora abbia già certificato al dipendente detti importi a seguito della risoluzione n. 83/E/2010). Nel caso di cessazione del rapporto di lavoro avvenuta prima dell’emanazione della risoluzione n. 83/E, con relativo rilascio della certificazione unica, il sostituito può richiedere al sostituto la consegna di una nuova certificazione (utilizzando il CUD 2011), per l’indicazione nel punto 101 dei redditi di cui alla predetta risoluzione di competenza del 2010, tassati ordinariamente, che possono essere assoggettati ad imposta sostitutiva. Con riferimento agli importi indicati nei punti 97, 99 e 101 nelle annotazioni, con il codice BY, deve essere certificato che tali somme sono state erogate a titolo di incremento della produttività del lavoro e che su tali importi non è stata applicata la tassazione sostitutiva;
• punto 98, l’importo relativo agli straordinari e ai premi di produttività erogati nel 2008 certificati al punto 77 del CUD 2009;
• punto 100, l’importo relativo a somme erogate per l’incremento della produttività nel 2009 certificati al punto 90 del CUD 2010.Va infine ricordato che, in caso di cessazione del rapporto di lavoro antecedente al 2010 e di richiesta da parte del sostituito di una attestazione relativa ai compensi erogati nel 2008 e/o 2009 di cui alla risoluzione n. 83/E/2010, il sostituto d’imposta è tenuto al rilascio del CUD 2011 per l’attestazione di detti importi, sempreché sia obbligato alla presentazione del modello 770/2011 semplificato.

Detrazione comparto sicurezza

Tra le tante conferme, rispetto al modello dello scorso anno, si segnala al punto 51 “Detrazione fruita comparto sicurezza”, l’indicazione della detrazione spettante per personale del comparto sicurezza, difesa e soccorso pubblico, in base a quanto stabilito dall’art. 4, comma 2, D.L. 29 novembre 2008, n. 185 (come modificato dall’art. 2, comma 156, legge 23 dicembre 2009, n. 191).

A tale proposito, si ricorda la detrazione massima è passata a 149,50 euro rispetto ai precedenti 134 euro.

A tale proposito, il D.P.C.M 23 aprile 2010 ha stabilito che qualora la detrazione d’imposta non trovi capienza sull’imposta lorda relativa alle retribuzioni accessorie, la parte eccedente può essere fruita in riduzione dell’imposta dovuta sulle medesime retribuzioni corrisposte nell’anno 2010 e assoggettate a tassazione separata quali emolumenti arretrati di cui all’art. 17 TUIR. Pertanto, nel modello di quest’anno sono stati inseriti:

• il punto 121, in cui va indicato l’ammontare del trattamento economico accessorio assoggettato a tassazione separata già ricompreso nel punto 120;
• il punto 123 in cui deve essere indicato l’importo della detrazione di cui al D.P.C.M. 23 aprile 2010 che non ha trovato capienza sull’imposta lorda relativa al trattamento economico accessorio percepito e utilizzata ai fini dello scomputo della imposta sui medesimi redditi assoggettati a tassazione separata riferiti ad anni precedenti. Nel caso in cui la detrazione di cui al predetto D.P.C.M., sia stata interamente fruita nell’ambito della tassazione ordinaria i punti 121 e 123 non devono essere compilati.

Quando deve essere disapplicato il regime dei contribuenti minimi.

 Un interessante articolo su come e quando deve essere disapplicato il regime fiscale dei contribuenti minimi. A firma di Giancarlo Modolo.

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Un contribuente minimo, una volta che assume un lavoratore, è obbligato ad uscire dal regime fiscale dei contribuenti minimi e tornare a quello ordinario? 

Il regime dei contribuenti minimi può essere disapplicato con due differenti modalità:

1. Disapplicazione per opzione: il soggetto interessato fuoriesce dal regime dei minimi scegliendo di determinare le imposte sul reddito e dell’Iva nei modi ordinari. L’opzione può avvenire tramite comportamento concludente (ad esempio, viene addebitata l’imposta sul valore aggiunto ai propri cessionari o committenti, ovvero viene esercitando il diritto alla detrazione dell’imposta); inoltre, i contribuenti che optano per il regime ordinario devono porre in essere tutti gli adempimenti previsti dall’art. 8 del D.M. 2 gennaio 2008 ai fini iva e ai fini Irpef/Irap. L’opzione per il regime ordinario deve poi essere comunicata all’Agenzia delle Entrate in sede di prima dichiarazione annuale Iva da presentare successivamente alla scelta. Essa rimane valida per almeno un triennio trascorso il quale si rinnova di anno in anno fino a quando il contribuente continua ad applicare le imposte nei modi ordinari.

2. Disapplicazione per legge, che si verifica al venir meno dei requisiti imposti dalla legge. Il soggetto interessato o contribuente non rientra più nel regime dei minimi quando viene meno anche una sola delle condizioni di accesso allo stesso. Gli effetti della cessazione variano a seconda della causa che l’ha determinata:
– dall’anno stesso in cui si verifica la causa di cessazione , nel caso in cui i ricavi o compensi superino di oltre il 50% il limite di EUR. 30.000,00. Infatti, se i ricavi/compensi superano EUR. 45.000,00 il contribuente deve liquidare l’iva per le operazioni relative a tutto l’anno solare che, per il periodo antecedente il superamento del limite, deve risultare determinata mediante le regole previste dall’art. 27 u.c. D.P.R. 633/1972 per lo scorporo dai corrispettivi e facendo salvo il diritto alla detrazione dell’imposta assolta sugli acquisti. Inoltre, è necessario porre in essere sin dall’inizio del periodo d’imposta tutta una serie di adempimenti inerenti:

a) l’iva:
a.1) istituzione registri entro il termine fissato per effettuare la liquidazione periodica relativa al mese o trimestre di superamento del limite;
a.2) obbligo di annotazione delle operazioni di cessione di beni e/o prestazioni di servizi e gli acquisti effettuati sia antecedenti che successivi al superamento del limite entro il termine per la presentazione della dichiarazione iva;
a.3) liquidazione dell’iva relativa al mese o trimestre di superamento del limite. L’importo a debito deve essere versato in sede di determinazione del saldo annuale, da versare entro il consueto termine (16/03) e senza applicazione di sanzioni e interessi;
a.4) presentazione comunicazione annuale dati iva e dichiarazione annuale iva entro i termini previsti;
a.5) versamento saldo iva dell’anno di superamento del limite entro i termini ordinari;

b) l’Irpef e l’Irap:
b.1) istituzione registri e scritture contabili entro il termine fissato per effettuare la liquidazione periodica relativa al mese o trimestre di superamento del limite;
b.2) obbligo di annotazione delle operazioni di cessione di beni e/o prestazioni di servizi e gli acquisti effettuati sia antecedenti che successivi al superamento del limite entro il termine per la presentazione della dichiarazione annuale;
b.3) presentazione dichiarazione annuale, comunicazione dati studi di settore e parametri relative all’anno di superamento versamento imposte a saldo relative all’anno in cui si verifica il superamento dei limiti, calcolate con i criteri dettati dal Tuir in materia di reddito d’impresa o lavoro autonomo o dal D.L. 446/1197 per l’Irap, entro i termini ordinari.

– dall’anno successivo a quello in cui si verifica la causa di cessazione, in tutti gli altri casi:

conseguimento di ricavi/compensi superiori a EUR. 30.000,00 e inferiori a EUR. 45.000,00;

effettuazione di esportazioni ed operazioni assimilate;

sostenimento di spese per lavoro dipendente o per collaboratori;

erogazione di quote di utili ad associati in partecipazione con apporto di solo lavoro;

acquisto di beni strumentali che, sommati a quelli del biennio precedente, superano l’ammontare di EUR. 15.000,00.

Da quanto si è accennato, si rileva che il solo “sostenimento di spese per lavoro dipendente o per collaboratori a seguito di assunzione di un lavoratore” determina l’uscita dal regime dei contribuenti minimi con decorrenza “dall’anno successivo a quello in cui si verifica la causa di cessazione”.

Si tratta, infatti, del venir meno di uno dei requisiti imposti dalla legge che espressamente stabilisce che il soggetto interessato o contribuente non rientra più nel regime dei minimi quando viene mancare anche una sola delle condizioni che consentono accesso al medesimo.

Irap: le rate con interessi al 4 %.

Un articolo a firma di Maurizio Villani sulle rateizazzioni del saldo e acconti Irap – Ipsoa Editore, Pmi Microsoft. I diritti sono riservati.

Saldo o primo acconto IRAP, rate con interessi al 4%.

Agli importi dovuti a titolo di saldo o di primo acconto IRAP si applica la disciplina della rateizzazione dettata dall’art. 20, D.Lgs. n. 241/1997. Pertanto, sulle rate successive alla prima si applicano gli interessi nella misura del 4%, così come stabilito dall’art. 5 del D.M. 21 maggio 2009.  

L’art. 24, D.Lgs. n. 446/1997 attribuisce alle Regioni i poteri in ordine alla regolamentazione delle procedure applicative dell’IRAP; il successivo art. 25 detta una disciplina temporanea in vigore fino all’emanazione delle leggi regionali di cui all’art. 24. Durante tale periodo transitorio tutte le attività di controllo, liquidazione ed accertamento sono espletate secondo le norme che regolano le imposte sui redditi.
In merito, quindi, alla disciplina della riscossione dell’IRAP, fino all’entrata in vigore delle leggi regionali, la riscossione coattiva dell’imposta avviene mediante ruolo sulla base delle disposizioni che regolano la riscossione coattiva delle imposte sui redditi mediante ruoli affidati ai concessionari senza l’obbligo del non riscosso (art. 30, comma 6, D.Lgs. n. 446/1997).

Interessi per dilazione del pagamento
L’art. 1, comma 144, legge Finanziaria 2008 ha introdotto l’art. 3-bis nel D.Lgs. n. 462/1997, disciplinando, come detto in merito all’IVA (cfr. , il Quotidiano IPSOA del 7 ottobre 2010), la rateizzazione delle somme dovute a seguito delle attività di liquidazione automatica e di controllo formale delle dichiarazioni, ai sensi degli articoli 36-bis e 36-ter, D.P.R. n. 600/1973.

L’art. 3-bis citato stabilisce che alle rate successive alla prima si applicano gli interessi pari al 3,5% annuo.

Interessi sui ritardati versamenti
Sempre fino all’entrata in vigore delle leggi regionali, la riscossione dell’IRAP è disciplinata dall’art. 30, D.Lgs. n. 446/1997, secondo cui:

«fino a quando non hanno effetto le leggi regionali di cui all’articolo 24 , per la riscossione dell’imposta si applicano le disposizioni dei commi seguenti. L’imposta dovuta a ciascuna regione in base alla dichiarazione è riscossa mediante versamento del soggetto passivo da eseguire con le modalità e nei termini stabiliti per le imposte sui redditi. Nel periodo di imposta per il quale la dichiarazione deve essere presentata sono dovuti acconti dell’imposta ad esso relativa secondo le disposizioni previste per le imposte sui redditi. Gli acconti sono versati con le modalità e nei termini per queste stabiliti. L’imposta risultante dalle dichiarazioni annuali non è dovuta o, se il saldo è negativo, non è rimborsabile, se i relativi importi spettanti a ciascuna regione non superano lire 20.000; per lo stesso importo, non si fa luogo, ad iscrizione nei ruoli, nè a rimborso. Con le leggi regionali di cui all’articolo 24 il predetto importo può essere adeguato. In deroga alla disposizione del comma 2 i soggetti che determinano la base imponibile ai sensi dell’articolo 10 bis), comma 1, versano l’acconto mensilmente, con le modalità e nei termini stabiliti con decreto del ministro delle Finanze, di concerto con il ministro del Tesoro, del bilancio e della programmazione economica, sentita la conferenza Stato-Regioni, in un importo pari a quello risultante dall’applicazione dell’aliquota prevista nell’articolo 16, comma 2, all’ammontare degli emolumenti ivi indicati corrisposti nel mese precedente.

Qualora l’ammontare dell’imposta dovuta a ciascuna regione sia pari o inferiore a lire 20.000, l’obbligo di versamento rimane sospeso fino alla scadenza successiva per la quale la somma complessiva da versare sia almeno pari al predetto importo. La riscossione coattiva dell’imposta avviene mediante ruolo sulla base delle disposizioni che regolano la riscossione coattiva delle imposte sui redditi, mediante ruoli affidati ai concessionari senza l’obbligo del non riscosso. Per lo svolgimento di attività di pagamento e riscossione dell’imposta, le banche sono remunerate in conformità a quanto previsto dalle convenzioni di cui agli articoli 19, comma 5, e 24, comma 8, del decreto legislativo 9 luglio 1997, n. 241 mentre per i concessionari si applicano le disposizioni di cui all’articolo 61 del decreto del Presidente della Repubblica 28 gennaio 1988, n. 43″.

Pertanto, il termine stabilito dalla legge (ad esempio, 16 giugno per le persone fisiche e il giorno 16 del sesto mese successivo a quello di chiusura del periodo di imposta per i soggetti IRES) per effettuare il versamento a saldo dell’imposta dovuta rappresenta il giorno dal quale si fanno decorrere i 30 giorni per il versamento dell’imposta con una maggiorazione dello 0,40% a titolo di interesse corrispettivo.

Agli importi dovuti a titolo di saldo o di primo acconto IRAP si applica la disciplina della rateizzazione dettata dall’art. 20, D.Lgs. n. 241/1997. Pertanto, sulle rate successive alla prima si applicano gli interessi nella misura del 4%, così come stabilito dall’art. 5 del D.M. 21 maggio 2009.

 

Autore Maurizio Villani

Gl’ interessi sui rimborsi dell’ Iva.

Un articolo sugl’ interessi relativi ai rimborsi Iva a firma di Maurizio Villani, Ipsoa Editore, Pmi Microsoft ©  –  I diritti sono riservati.

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Interessi sui rimborsi IVA, doppio binario per la decorrenza.

Il D.M. 21 maggio 2009 ha modificato la misura del tasso di interessi fissato per i rimborsi in materia IVA, dovuti nella misura del 2% annuo, a decorrere dal 1° gennaio 2010; l’interesse così stabilito ha decorrenza differente a seconda che destinatario del rimborso sia un contribuente residente o non residente nel territorio della Comunità.

Interessi sui ritardati versamenti IVAI versamenti dell’imposta sul valore aggiunto sono disciplinati dall’art. 38, D.P.R. 633/1972, in base al quale:«i versamenti previsti dagli artt. 27 , 30 e 33 devono essere eseguiti al competente ufficio dell’IVA mediante delega del contribuente ad una delle aziende di credito di cui all’ art. 54 del regolamento per l’amministrazione del patrimonio e per la contabilità generale dello Stato, approvato con R.D. 23 maggio 1924, n. 827 ovvero ad una delle casse rurali e artigiane di cui al R.D. 26 agosto 1937, n. 1706, modificato con la L. 4 agosto 1955, n. 707, avente un patrimonio non inferiore a lire cento milioni. La delega deve essere rilasciata presso una qualsiasi dipendenza dell’azienda delegata sita nel territorio dello Stato. L’azienda delegata deve rilasciare al contribuente una attestazione recante l’indicazione dell’importo dell’ordine di versamento e della data in cui lo ha ricevuto e l’impegno di effettuare il versamento all’ufficio per conto del contribuente entro il quinto giorno successivo. La delega e` irrevocabile ed ha effetto liberatorio per il delegante. Le caratteristiche e le modalità di rilascio dell’attestazione, nonché le modalità per l’esecuzione dei versamenti agli uffici dell’imposta sul valore aggiunto, per la trasmissione dei relativi dati e documenti all’amministrazione e per i relativi controlli sono stabilite con decreto del Ministro delle finanze di concerto con il Ministro del tesoro. I versamenti diversi da quelli indicati nel primo comma devono essere eseguiti direttamente all’Ufficio dell’imposta sul valore aggiunto o in contanti o mediante assegni circolari non trasferibili intestati all’ufficio stesso o mediante altri titoli di credito bancario o postali a copertura garantita.

Il versamento mediante assegni circolari o titoli bancari o postali può essere eseguito anche a mezzo posta con lettera raccomandata, nella quale deve essere specificata la causale del versamento.

L’ufficio rilascia quietanza nelle forme e con le modalità stabilite con decreto del Ministro delle finanze anche in deroga alle disposizioni contenute negli articoli 238 e 240 del regolamento per l’amministrazione del patrimonio e per la contabilità generale dello Stato, approvato con regio decreto 23 maggio 1924, n. 827».

Fino al 1999 (data della sua abrogazione avvenuta ai sensi dell’art. 37, D.Lgs. n. 46/1999, così come modificato dall’art. 2, D.Lgs. n. 193/2001), l’art. 60, comma 2, del decreto IVA stabiliva che «sulle somme dovute a norma dei precedenti commi si applicano gli interessi calcolati al saggio indicato nell’ art. 38 bis, con decorrenza dal sessantesimo giorno successivo alla scadenza del termine del 5 marzo dell’anno solare cui si riferisce l’accertamento o la rettifica».

Pertanto, al ritardato pagamento delle somme dovute dal contribuente si applicava il tasso di interesse nella stessa misura stabilita per i ritardati rimborsi IVA da parte dell’amministrazione finanziaria, disciplinati appunto dall’art.38-bis, D.P.R. n. 633/1972.

L’art. 38-bis stabilisce (comma 1) che:

«i rimborsi previsti nell’articolo 30 sono eseguiti, su richiesta fatta in sede di dichiarazione annuale, entro tre mesi dalla scadenza del termine di presentazione della dichiarazione prestando, contestualmente all’esecuzione del rimborso e per una durata pari a tre anni dallo stesso, ovvero, se inferiore, al periodo mancante al termine di decadenza dell’accertamento, cauzione in titoli di Stato o garantiti dallo Stato, al valore di borsa, ovvero fideiussione rilasciata da un’azienda o istituto di credito, comprese le casse rurali e artigiane indicate nel primo comma dell’articolo 38, o da una impresa commerciale che a giudizio dell’Amministrazione finanziaria offra adeguate garanzie di solvibilità o mediante polizza fideiussoria rilasciata da un istituto o impresa di assicurazione.

Per le piccole e medie imprese, definite secondo i criteri stabiliti dai decreti del Ministro dell’industria, del commercio e dell’artigianato del 18 settembre 1997 e del 27 ottobre 1997, di adeguamento alla nuova disciplina comunitaria, dette garanzie possono essere anche prestate, dai consorzi o cooperative di garanzia collettiva fidi di cui all’articolo 29 della legge 5 ottobre 1991, n. 317, iscritti negli elenchi previsti dagli articoli 106 e 107 del testo unico delle leggi in materia bancaria e creditizia, di cui al decreto legislativo 1° settembre 1993, n. 385, e successive modificazioni.

Per i gruppi di società, con patrimonio risultante dal bilancio consolidato superiore a 500 miliardi di lire, la garanzia può essere prestata mediante la diretta assunzione da parte della società capogruppo o controllante di cui all’art. 2359 del codice civile della obbligazione di integrale restituzione della somma da rimborsare, comprensiva dei relativi interessi, all’Amministrazione finanziaria, anche per il caso di cessione della partecipazione nella società controllata o collegata. In ogni caso la società capogruppo o controllante deve comunicare in anticipo all’Amministrazione finanziaria l’intendimento di cedere la partecipazione nella società controllata o collegata.

La garanzia concerne anche crediti relativi ad annualità precedenti maturati nel periodo di validità della garanzia stessa.

Dall’obbligo di prestazione delle garanzie sono esclusi i soggetti cui spetta un rimborso di imposta di importo non superiore a lire 10 milioni.

Sulle somme rimborsate si applicano gli interessi in ragione del 5 per cento annuo, con decorrenza dal novantesimo giorno successivo a quello in cui è stata presentata la dichiarazione, non computando il periodo intercorrente tra la data di notifica della richiesta di documenti e la data della loro consegna, quando superi quindici giorni.

Con provvedimento del Direttore dell’Agenzia delle entrate sono definite le ulteriori modalità ed i termini per l’esecuzione dei rimborsi previsti dal presente articolo».

L’abrogazione dell’art. 60 ha comportato un vuoto legislativo per quanto riguarda l’ammontare del tasso di interesse applicabile alle imposte o maggiori imposte accertate.

Infatti la norma abrogata stabiliva l’applicabilità dello stesso tasso di interesse stabilito per i rimborsi, anche per le somme accertate dovute dal contribuente.

L’art. 23, D.Lgs. n. 46/1999 prevede espressamente che «le disposizioni previste dall’articolo 15 primo comma, del decreto del Presidente della Repubblica 29 settembre 1973, n. 602, come sostituito dall’articolo 4 del decreto legislativo 18 dicembre 1997, n. 462, nonché i termini di decadenza di cui all’articolo 25 comma 1, del decreto del Presidente della Repubblica 29 settembre 1973, n. 602, si applicano anche all’imposta sul valore aggiunto».

Per tutto quanto detto, fino ad ora, in materia IVA si rileva una genericità delle disposizioni riguardanti gli interessi applicabili ai ritardati versamenti dell’imposta, essendo venuto meno, a seguito di abrogazione, l’art. 60, D.P.R. n. 633/1972 che disciplinava i criteri per l’individuazione dell’ammontare dei tassi applicabili alle fattispecie di ritardati versamenti.

L’art. 2 dello Statuto del contribuente disciplina i principi di chiarezza e trasparenza delle norme tributarie. Purtroppo, a tale principio non sempre viene riconosciuta la giusta rilevanza.

Interessi applicati sulle somme accertate

L’art. 3-bis, D.Lgs. n. 462/1997 (introdotto dalla legge n. 244/2007) disciplina la rateazione delle somme dovute a seguito di liquidazione automatica, fissando il relativo tasso di interessi applicabile al 3,5% annuo. Stabilisce, infatti, al comma 3, che «l’importo della prima rata deve essere versato entro il termine di trenta giorni dal ricevimento della comunicazione.

Sull’importo delle rate successive sono dovuti gli interessi al tasso del 3,5 per cento annuo, calcolati dal primo giorno del secondo mese successivo a quello di elaborazione della comunicazione.

Le rate trimestrali nelle quali il pagamento è dilazionato scadono l’ultimo giorno di ciascun trimestre».

Interessi sui rimborsi

Gli articoli che disciplinano i rimborsi in materia di IVA sono gli articoli 38-bis, 38-bis1, 38-bis2 e 38-ter, i quali sanciscono le regole da applicare rispettivamente all’esecuzione:
-dei rimborsi in generale;
-dei rimborsi dell’imposta assolta in altri Stati membri della Comunità;
-dei rimborsi a soggetti non residenti stabiliti in un altro Stato membro della Comunità;
-dei rimborsi a soggetti non residenti stabiliti in Stati non appartenenti alla Comunità.L’art. 1, comma 2, D.M. 21 maggio 2009 ha modificato la misura del tasso di interessi fissato per i rimborsi in materia IVA,

stabilendo che «gli interessi per i rimborsi in materia di imposta sul valore aggiunto, previsti dagli articoli 38-bis e 38-ter del decreto del Presidente della Repubblica 26 ottobre 1972, n. 633,

sono dovuti nella misura del 2 per cento annuo, a decorrere dal 1° gennaio 2010».

L’interesse così stabilito (2% annuo) ha decorrenza differente a seconda che destinatario del rimborso sia un contribuente residente o non residente nel territorio della Comunità:
-nel primo caso, gli interessi si calcolano dal 90° giorno successivo a quello in cui è stata presentata la dichiarazione, all’interno della quale viene presentata l’istanza di rimborso;
-nel secondo caso, gli interessi decorrono dal 180° giorno successivo a quello in cui è stata presentata la dichiarazione, nella quale viene presentata l’istanza di rimborso.

Vedi Tabella

iva

Si può chiedere il rimborso Irap per artigiani e commercianti.

Un articolo sui rimborsi Irap dell’ Avvocato e giornalista Matteo Sances in merito alle recenti ordinanze della Cassazione.

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Anche i piccoli commercianti e artigiani possono chiedere il rimborso IRAP qualora risultino privi di “autonoma organizzazione” (ossia nel caso in cui non abbiano dipendenti e utilizzino beni strumentali ridotti).

Ciò è quanto emerge da una recente ordinanza della Suprema Corte (ord. Cass. n.15249/2010), la quale ha avuto modo di pronunciarsi in merito a queste “nuove categorie” dopo aver esaminato negli anni scorsi la non spettanza IRAP per i professionisti (sono note ormai le numerose sentenze della Cassazione del 2007 relative al non assoggettamento IRAP per medici, avvocati, notai, etc poiché privi del requisito di autonoma organizzazione).

Seguendo, dunque, una linea interpretativa ormai consolidata con le sentenze delle Sezioni Unite depositate il 26 maggio 2009 (sentenze della Corte di Cassazione SS. UU. n.12108/2009 e n.12111/2009), la Suprema Corte ha riconosciuto che può essere assente il requisito dell’autonoma organizzazione anche quando l’attività in questione è produttiva di reddito d’impresa (nel caso in questione, infatti, il contribuente svolgeva l’attività di elettricista in piena autonomia, senza dipendenti e con beni strumentali ridotti).

D’altronde, la stessa Cassazione aveva già ribadito in passato (ossia nei contenziosi relativi all’ILOR) un concetto fondamentale, sottolineando che non è la oggettiva natura dell’attività svolta a essere alla base dell’imposta ma il modo in cui la stessa viene svolta.

Alla luce di ciò, è importante per il piccolo commerciante e per l’artigiano capire come muoversi per ottenere il rimborso dell’imposta versata in questi anni.

La norma a cui occorre fare riferimento è sicuramente l’articolo 38 del D.P.R. 29 settembre 1973, n.602. Tale disposizione prevede che “Il soggetto che ha effettuato il versamento diretto può presentare all’intendente di finanza nella cui circoscrizione ha sede il concessionario presso la quale è stato eseguito il versamento, istanza di rimborso, entro il termine di decadenza di quarantotto mesi dalla data del versamento stesso, nel caso di errore materiale, duplicazione ed inesistenza totale o parziale dell’obbligo di versamento”.

A questo punto, una volta presentata l’istanza, il comportamento del contribuente sarà diverso a seconda dell’atteggiamento dell’Agenzia delle Entrate. Infatti, mentre nel caso di esplicito rifiuto (cd. diniego espresso) questo dovrà essere impugnato in Commissione Tributaria Provinciale nel termine perentorio di sessanta giorni dalla notifica (articolo 21, comma 1, del D.Lgs. 31 dicembre 1992 n.546), ben diversa è la situazione nel caso di mancata risposta dell’ufficio (cd rifiuto tacito). In quest’ultimo caso il ricorso è proponibile solo dopo il novantesimo giorno dal deposito della domanda (art.19, comma 1, lettera g), del medesimo decreto) e fino alla prescrizione del diritto (10 anni).

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La manovra che ha ridisegnato il redditometro.

Un interessante articolo a firma di Antonio Mastroberti, sulla manovra che ha ridisegnato il redditometro. Queste le novità.

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La Manovra ridisegna il redditometro.

La novità: accertamento sintetico e redditometro.

 

Con la Manovra 2010 vengono rivisitate le procedure previste per il cd. Accertamento sintetico e per il redditometro, con effetti che si faranno sentire a partire dagli accertamenti relativi al periodo d’imposta 2009. Oltre alla specifica previsione del contraddittorio, è stato ridotto lo scostamento soglia (dal 25% al 20%) che apre le porte all’accertamento sintetico, ed è stato previsto il coinvolgimento dei Comuni nell’individuazione degli elementi utili per la determinazione del reddito accertabile.
Con decreto attuativo sarà poi rielaborata la lista degli indicatori da prendere in considerazione per il calcolo del reddito accertabile.

 

 La nuova versione dell’art. 38, commi da 4 ad 8, del D.P.R. n. 600/1973, introdotta con l’art. 22 del D.L. 31 maggio 2010, n. 78 in materia di accertamento sintetico e di redditometro, troverà applicazione solo a decorrere dal periodo d’imposta 2009, con il non trascurabile corollario per il quale in relazione ai precedenti periodi d’imposta ancora accertabili, essenzialmente dal 2005 al 2008, rimangono ferme le regole previgenti alle modifiche in esame. L’art. 22 appena citato prevede infatti che la modifica introdotta con la Manovra 2010 esplica effetti per gli accertamenti per i quali il termine di dichiarazione non è ancora scaduto alla data di entrata in vigore del D.L. n. 78/2010 (in base all’art. 56, il giorno stesso della pubblicazione in Gazzetta Ufficiale, e dunque il 31 maggio 2010).
Tra gli obiettivi dichiarati nel provvedimento è stata rimarcata l’esigenza di allineare le procedure di accertamento sintetico all’evoluzione del contesto socio-economico, di perseguire standard di efficienza, e di introdurre garanzie per il contribuente, quali il contraddittorio preventivo, ma è appena il caso di sottolineare che le misure in esame vanno contestualizzate nell’ambito del potenziamento degli strumenti di lotta all’evasione fiscale, il che consente, ad esempio, di sottolineare il rilievo attribuito al coinvolgimento dei Comuni: l’art. 18 del D.L. n. 78/2010 prevede che gli Uffici dell’Agenzia delle Entrate, prima di emettere gli avvisi di accertamento, inviano una segnalazione ai predetti Enti locali, i quali dispongono di 60 giorni per comunicare alle Entrate ogni elemento utile alla determinazione del reddito complessivo; va peraltro ricordato che nel nuovo quadro di stimolo alla lotta all’evasione, la partecipazione di detti enti locali è incentivata, in linea generale, mediante il riconoscimento di una quota pari al 33% delle maggiori somme relative ai tributi statali riscosse a titolo definitivo, oltre che su una parte delle correlate sanzioni.Accertamento sintetico e redditometro. Le modifiche apportate con l’art. 22 del D.L. n. 78/ 2010 hanno determinato l’integrale sostituzione dei commi da 4 ad 8 dell’art. 38 del D.P.R. n. 600/1973, rubricato ‘‘accertamento sintetico’’, ed hanno apportato una obiettiva sistemazione a due istituti che si pongono tradizionalmente in un rapporto di genus a species.
A seguito di tali modifiche emerge pertanto il seguente quadro applicativo:

il comma quarto del citato art. 38 fissa la regola generale, secondo cui l’Ufficio può sempre determinare sinteticamente il reddito complessivo del contribuente sulla base delle spese di qualsiasi genere sostenute nel corso del periodo d’imposta (accertamento sintetico); viene dunque ad essere stabilito un criterio generale di applicabilità dell’accertamento sintetico, che prescinde, a ben vedere, dagli stessi indicatori di reddito contemplati dal successivo comma;
va sottolineato che attualmente si prende in considerazione il reddito complessivo accertato lordo (e non più quello netto);
il comma quinto prevede invece il ricorso a specifici elementi indicativi di capacità contributiva, individuati da un decreto attuativo di prossima emanazione (ed a periodicità biennale), mediante l’analisi di campioni significativi di contribuenti differenziati anche in funzione del nucleo familiare e dell’area territoriale di appartenenza (cd. redditometro).

Tradizionalmente l’accertamento ‘‘sintetico’’ si basa sulla sussistenza di elementi e circostanze di fatto certi (ad esempio, acquisto di un bene immobile, acquisto/possesso di autovetture, consumo di energia elettrica per uso domestico) che fanno presumere una capacità di spesa correlata ad esborsi di somme di denaro e a spese di gestione da confrontare con il reddito imponibile dichiarato; al riguardo in giurisprudenza è emerso, ad esempio, che non possono entrare in gioco a tal fine elementi-indice di capacità contributiva generici, quali il possesso di autovetture non identificate attraverso l’anno di acquisto e le loro caratteristiche specifiche o le spese di gestione familiare non dettagliate nelle circostanze concrete in cui le stesse si traducono (ad esempio: utenze per consumi di energia elettrica ad uso domestico, spese di ristrutturazione, ecc.). In realtà, il riferimento agli elementi e circostanze di fatto certi è scomparso nella nuova versione della disposizione in esame, che fa riferimento alle ‘‘spese di qualsiasi genere sostenute nel corso del periodo d’imposta’’, ma appare evidente che ai fini della concreta rilevanza di ciascuna spesa o bene nell’ambito delle procedure in esame non si possa prescindere da elementi che indichino con certezza il possesso del bene o il sostenimento della stessa spesa. E ` dunque da ritenere che la portata del riferimento alle spese di qualsiasi genere dovrebbe indicare un raggio di azione pressoché illimitato per l’Ufficio accertatore, al quale tuttavia spetta comunque il compito di assicurarsi, sul piano documentale, che il bene o la spesa sia riconducibile alla posizione del contribuente.

‘‘Vecchio redditometro’’
Ai fini della concreta applicazione del redditometro rilevano, avendo a mente l’impostazione emersa con il D.M. 10 settembre 1992: 

aeromobili; navi e imbarcazioni da diporto; autoveicoli; altri mezzi di trasporto a motore; roulotte; l’esempio che è circolato in questi giorni è quello di un contribuente che acquista un auto il cui valore è il doppio del reddito annuo dichiarato;
residenze principali e secondarie (sia ad esempio in proprietà che in locazione, ma anche se detenute in multiproprietà);
collaboratori familiari;
cavalli da corsa o da equitazione;
assicurazioni di ogni tipo, escluse quelle relative all’utilizzo di veicoli a motore, sulla vita e contro infortuni e malattie.

Questi beni non rilevano, in particolare, se sono relativi ad attività di impresa o all’esercizio di arti o professioni, sempre che tale utilizzo non dipenda da una mera operazione di fittizia intestazione.
Anche con il quadro applicativo sinora utilizzato rimane comunque ferma la possibilità di fare ricorso a tali fini anche a altri elementi e circostanze di fatto indicativi di capacità contributiva.

Si pensi, ad esempio, al pagamento di consistenti rate di mutuo, di canoni di leasing relativi a beni di lusso, di spese per arredi di beni di lusso di abitazioni, per frequenti viaggi e crociere, per l’affitto di ‘‘posti barca’’, per acquisti di beni di particolare valore, quali quadri, sculture, gioielli, reperti di interesse storico, hobby particolarmente costosi come la partecipazione a rally, gare di motonautica, etc. (circolare n. 1/2008, Guardia di Finanza).

 

Il punto di partenza è dunque dato dal riscontro in merito al possesso di un bene od al sostenimento della spesa. Una volta fatto ciò , i beni in esame vengono ad essere valorizzati attraverso l’applicazione di specifici moltiplicatori. In genere il valore di determinate spese è indice di un reddito più alto, in base alle regole che comunemente determinano il comportamento di ciascun individuo. E ` di intuitiva comprensione che non è possibile spendere più di quello che si guadagna, ma è evidente che la spesa potrebbe essere favorita anche da altre specifiche situazioni, invocabili da parte del contribuente in sede di contraddittorio.

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