Video di presentazione per il libro Personal Observations di Gianluca Fiesoli.

La pubblicazione è in tiratura limitata, formato 30X30, 202 pagine, 194 fotografie colore e bianco e nero in stampa di qualità. Per chi fosse interessato ad acquistarlo ed avere informazioni su come riceverlo può inviare una e mail a questo indirizzo – studiofiesoli@gianlucafiesoli.com 

Qui sotto la sovracopertina e la prefazione del libro ( testo di Fabio Cintolesi ).

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Ho conosciuto Gianluca Fiesoli alcuni anni addietro quando lo contattai per fargli un intervista sulla guerra in Iraq in considerazione che durante quel periodo c’ era stato diverse volte. Fissammo un appuntamento nel suo studio e di questo affabile fiorentino mi colpì la disponibilità, la competenza e la naturalezza al dialogo. Avevo visto le sue fotografie sul web, dalle quali si percepiva una forza espressiva inconsueta dovuta dal motivo che è un buon autore di paesaggismo, d’ immagine turistica e di ritratto.

“ Personal Observations “ è un titolo che si ritrova similmente nella saggistica, nell’ arte moderna, dalla pittura alla musica, tradotto in forme estetiche insieme alla poetica. Ma non solo, anche nelle materie scientifiche è utilizzato come punto di partenza per viaggi esplorativi di dottorato. Ponderazioni su cose o persone con capacità cognitiva, un percorso di critica nell’ interiore, il desiderio della libertà di pensiero nel fermento della creatività.

Fiesoli non ha niente di tutto questo. Le Osservazioni Personali sono esclusivamente delle schiette riflessioni sulle brutali realtà. A suo modo, un testimone del nostro tempo. Qui la fotografia non registra l’ istante temporale della cronaca ma bensì ne sviscera con acutezza le problematiche e con intelligenza non cede al rigido moralismo. Ne alla retorica della denuncia e neppure all’ esagerazione visiva come vorrebbe un comune operatore dell’ informazione.

Quando gli chiesi che cosa lo esortava ad andare in posti complicati, di inopia e a continuare una ricerca in determinate situazioni, la risposta fu precisa e per certi versi sbalorditiva. “ La curiosità, la voglia di raccontare ma soprattutto di capire in loco poichè non ho mai creduto che una foto per quanto superlativamente interpretativa possa descrivere il mondo o la centralità di un avvenimento “.

Il negativo, oggi chiamato file poichè il digitale ha praticamente sostituito l’ analogico, è una maniera di trasfigurare la memoria in immagini che congiungono il passato al presente. La memoria è il fondamento della mente ed ha il vigore di potere far riemergere significativi brandelli dell’ esistenza alzando così il livello della nostra sensibilità. Se smettiamo di attingere alla ritentiva diventa impossibile vivere. Più trascorrono gli anni e maggiore è la sua invasività per respingere l’ inevitabile oblio e tentare di allontanare il sopraggiungere della morte. Con questi proponimenti Gianluca Fiesoli ha percorso migliaia di chilometri consumando intere settimane per appalesare il vero di alcuni eventi e documentare le distruzioni perpetrate dalla natura e dai popoli in un pianeta sempre più tumultuoso.

Però nelle sue foto riesce a a dare spazio alla solarità, alla contentezza, alla bellezza sia tecnica che naturale. Emblematiche sono le riproduzioni figurative dei contadini cubani e indonesiani oppure quella al mattino presto quando l’ orda dei turisti non è ancora arrivata all’ interno della Cupola della Roccia di Gerusalemme, da sempre luogo paradigmatico della fede mussulmana in un territorio conteso. Quest’ ultimo scatto esalta la straordinaria ampiezza del campo visivo di un obbiettivo fish eye ( occhio di pesce  ) e un tempo di posa interminabile. Ne segue l’ affiorare di qualche proprietà della fotografia: il silenzio, la religiosità, la solitudine. Inoltre non manca un pizzico d’ ironia in una scritta che compare in quel lenzuolo bianco piantato sul molo dalla tranquilla gente di Lampedusa. Infine, il tuffo di un fanciullo nelle limacciose acque del Buruganga in Bangladesh quasi a volere significare un attimo di felicità e di flebile speranza per una vita migliore.

Il fotografo è chiaramente dalla parte degli ultimi, di quelli che affrontano la disperazione nei terremoti e il dolore per un destino avverso. Di chi è obbligato a vivere con mendicità pur di ottenere un pezzo di pane. Di chi ubbidisce all’ arroganza dei potenti dell’ industria che li sfruttano senza ritegno nel lavoro fin da quando sono minorenni. E dei morti che dopo alcuni lustri implorano ancora giustizia tra le montagne della Bosnia Erzegovina come per l’ infelicità dell’ immigrazione di massa.

Li ritrae con una fotocamera chiedendo a sua volta partecipazione e che gli viene donata con umiltà dai soggetti perchè ne apprezzano la spontaneità, la quale non cela nessun secondo fine ne quantomeno include la smania di protagonismo. Immagini di un animo penetrante, accompagnate da una sapiente ispirazione e con incisivi valori formali, capaci di discernere l’ indispensabile e di sorprendere per l’ alta qualità di espressione.

Ed è proprio questo modo di vedere e di porsi, al di là dell’ amicizia a cui mi lega, che lo ritengo un fotografo atipico per la completezza delle argomentazioni che si distinguono nei propri lavori. Se esaminiamo con attenzione la parte dedicata alla povertà e ai senza fissa dimora, scavalcando delle istantanee in cui viene alla luce un forte senso di compassione per le condizioni dei soggetti, i ritratti con sfondi bianco e rosso degli homeless americani non mostrano barbe incolte, bocche sdentate, cappotti sdruciti e visi sporchi ma sembrano elementi vicino alla normalità.

Ce lo spiega lui stesso che la “ nuova povertà “ si è oramai incancrenita nelle comunità occidentali fino a intrappolare le persone che vengono investite dalla recessione. Un angoscia sottile, economica e non di vizio. Con questa alternanza di immagini Gianluca Fiesoli esula dallo schema troppo spesso precostituito e dal preconcetto visivo che un indigente fotografato deve essere necessariamente un lurido barbone, un clochard, un essere all’ ultimo stadio che scaturisce ripugnanza e oscenità per raggiungere la meta della foto di sensazione.

Addentrandosi nella lettura dei sei capitoli ci si accorge molto presto di un unione tematica tra di loro. Di un eloquente diversificazione delle spiegazioni e delle esperienze rivolte ad agevolare l’ intelligibilità degli argomenti. Rimane il piccolo rammarico, per ovvie ragioni di spazio e di costi, di non avere potuto inserire nel volume ulteriori reportages sociali, i quali sicuramente sarebbero stati di uguale interesse.

La parte dedicata al lavoro ( Work ) è una rigorosa analisi sullo sfruttamento minorile in Bangladesh, Indonesia e in altri paesi mentre nella sezione di Iraq e Palestina prevale il dettagliato racconto di come siano insidiosi e pieni di tensioni questi luoghi per uno straniero. Anche dentro il Palestine di Bagdad, l’ albergo dei media durante l’ occupazione delle forze di coalizione, nel mezzo della notte si può finire distesi per terra con un feroce dobermann che ti ringhia davanti e un mitra puntato alla testa per un errato controllo di identificazione da parte della sicurezza irachena. Oppure essere arrestato perchè viaggiava, a sua insaputa, in un auto pubblica con due ricercati. Paragrafi di vicende che gli sono veramente accadute durante la permanenza.

I fotogrammi di Gianluca Fiesoli si cristallizzano in un libro profondo, da conservare. “ Personal Observations “ è un inno alla dignità con il proposito di illuminare le coscienze e dovuto al tenace impegno del fotogiornalista. Pagine che non lasciano adito all’ indifferenza in quanto effondono una grande umanità senza mai divagare nel pedestre e nel pietismo. Esse ci sottolineano la tangibile presenza di altri mondi ai quali il più delle volte preferiamo chiudere gli occhi, rifuggire per non rimanere contaminati e perfino dichiarare con ipocrisia e senza mezzi termini che non ci appartengono.

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Abu Mazen l’erede di Arafat.


Tutto secondo copione. Abu Mazen è il successore di Arafat.
I palestinesi hanno scelto il prossimo leader, figura importante nella loro storia e adesso si chiedono se veramente riuscirà a far riportare la pace tra Palestina e Israele.
La vittoria, con circa il 63 % dei voti, era peraltro scontata e anche l’afflusso dei votanti è stato notevole.
Abu Mazen aveva già lavorato con Arafat ma poi cacciato malamente dall’anziano rais, per le note divergenze sulle linee guida da portare e per il tentativo maldestro di far cambiare ad Arafat alcune pedine importanti negl’organismi della sicurezza palestinese.
Adesso è il suo turno e se lo schiacciante trionfo su Barghouti, secondo con il 20 % dei voti, molti si chiedono chi è, e sopratutto come agirà per bilanciare una terra travagliata da tempo dalla povertà e in continuo conflitto con il vicino nemico ebreo.
Riuscirà Abu Mazen a conciliare gli uomini di Hamas, la Jihad islamica e i loro estremismi con la politica guerriera di Sharon ? O sarà solamente una copia sbiadita di Arafat. E avrà il ” polso ” per convincere la dura opposizione ? E per le questioni cruciali come le risorse idriche, i coloni illegali, i profughi, proporrà delle soluzioni alternative ? Tutti interrogativi senza risposta al momento.
Le prime reazioni a caldo, incutono un lieve ottimismo: il governo israeliano ha comunicato con le consuete congratulazioni di essere fiducioso, ma si aspetta responsi concreti e non le solite parole di circostanza dietro le quali i dirigenti palestinesi si nascondono da tempo.
Anche la comunità internazionale ha espresso apprezzamenti per lo svolgersi della campagna elettorale e per il vincitore: Solana è nell’area per discutere le problematiche con i paesi vicini, la Russia ha dato segni di distensione, mentre l’ Unione Europea ha inviato con i loro capi di stato numerose missive di soddisfazione.
Mahmud Abbas, il nome di battaglia di Mazen, ha ricevuto ieri l’ex Presidente americano Carter, in Palestina come supervisore della situazione inviato da George Bush.
Mazen ha più volte dichiarato di voler costruire uno stato palestinese fondato sui principi democratici e di ritrovare il dialogo e nuove opportunità, magari rilanciando la Road Map, tralasciando le polemiche e giura di cambiare ” il sogno di tanta gente in una bellissima realtà “.
Nobili frasi….. ma la campagna elettorale ha lasciato anche dei dubbi, per certi suoi atteggiamenti non condivisi dal governo israeliano e alcune dichiarazioni che si appoggiano a quelle dei terroristi e non ci sarebbe da meravigliarsi se nel caso la situazione precipitasse, e in Terra Santa può bastare una strage di innocenti in un mercato, che il nuovo eletto cambiasse improvvisamente rotta.
Molto dipenderà dalla diplomazia internazionale ma anche dai prossimi avvenimenti futuri nel mondo arabo e se la leadership guerrafondaia americana continuerà nella sua corsa contro l’Islam. Questi fattori potrebbero influenzare psicologicamente il popolo palestinese che nell’orbita araba sono legati ideologicamente agl’altri paesi, più di quando lo sia l’occidente, almeno nelle cosidette guerre di principi religiosi.
Un altra occupazione statunitense, ad esempio in Siria o in Iran non sarebbe accettata di buon grado dai palestinesi che probabilmente ricomincerebbero ad attaccare con la guerriglia urbana l’adiacente Israele.
Ma oltre alle asserzioni e all’euforia momentanea negl’ambienti politici, tutti si domandano se il nuovo presidente riuscirà con le attuali forze politiche in campo e i mezzi a disposizione, peraltro pochi e obsoleti, a fermare le vendette dell’Intifada, perchè questo è uno dei nodi cruciali all’interno del sistema palestinese.
In un paese dove si spara per un non nulla, dove il libero arbitrio è spesso presente, sarà basilare anche l’aiuto dell’ Europa, che a livello diplomatico presenta delle carenze e un unità non del tutto omogenea su queste tematiche: la guerra irachena lo ha dimostrato in pieno.
Nei futuri negoziati, quindi sarà necessario condizionarli alla cessazione del terrorismo e potrebbe anche non bastare.
Molti politologi pensano che il rinnovato capofila arabo possa avere il desiderio ma non la forza effettiva per fermare gli attentati: in poche parole è vulnerabile e può facilmente cedere ai ricatti delle fazioni estremiste.
Intanto, la giornata delle votazioni, comunque, si è svolta senza gravissimi incidenti, ma qualche focolaio è stato acceso: Barghouti, accusa Mazen di brogli elettorali, inchiostri leggeri facilmente correggibili e nel centro di Ramallah un diverbio in una cabina di voto è sfociato in una sparatoria mentre a Gaza è morto un ragazzo di 12 anni. A Nablus due miliziani vestiti con tute militari israeliane, in un agguato hanno colpito una jeep che transitava, uccidendo un soldato ebreo.
Abu Mazen 69 anni, è uno dei veterani di Fatah e ha diviso i lunghi momenti dell’esilio con Yasser Arafat, suo amico ma lo ha anche spesso criticato.
E’ entrato nell’Olp negl’anni ottanta e nel 1984 ha condotto il dipartimento degl’affari esteri panarabi.
Nel 1993 firmò l’accordo di Oslo e nel 1996 era segretario generale del Ceolp.
Poi è storia recente, Arafat lo mise, dopo 4 mesi, alle strette e in condizione di dare le dimissioni.
Alcuni lo definiscono un moderato del movimento di Fatah e raramente ha espresso di voler disarmare i guerriglieri che fomentano l’Intifada. Recentemente aveva accusato gli adepti di Hamas, dopo la morte del rais, a non istigare la guerra, ma i fondamentalisti hanno continuato e qualcuno già lo chiama un ” traditore” e servo di Israele.
Sharon lo conosce bene, lo rispetta ma non lo stima eccessivamente e lo ha invitato varie volte a Gerusalemme: tra i due il loro rapporto è un pò diverso da quello che aveva Arafat, ma il premier israeliano spesso si lascia scappare enunciazioni di frecciate sarcastiche e riconosce un ambiguità sottile nella politica del nuovo presidente Palestinese, la quale è ancora tutta da verificare e perciò continua ad andare avanti con l’ignobile Muro che divide le due fazioni e promette di collaborare sul disimpegno di Gaza.
Adesso il Mondo, al di là delle retoriche, aspetta passi consistenti e la Storia dimostrerà veramente se con l’incarico di Abu Mazen la violenza si fermerà definitivamente o come sussurra qualcuno se le colpe erano esclusivamente dell’anziano rais deceduto.
I prossimi mesi saranno decisivi e il futuro più lontano ci dirà alcune verità sul possibile ripristino della pace in questi due lembi di terra infuocata, dove vige da diversi, troppi anni, la legge della morte, della desolazione e del rancore etnico e religioso.

G. Fiesoli.

Immagine: Case distrutte a Jenin ( West Bank ) dopo l’attacco israeliano, 2003 – G. Fiesoli. ©

Riferimenti: Mazen l’erede di Arafat

Elezioni in Palestina nel segno di Arafat.


E’ partita la campagna elettorale dei diversi candidati che cercheranno di guidare la regione nei prossimi anni. Adesso che il pezzo di storia Arafat, si è consumato, l’opinione pubblica mondiale è ansiosa di conoscere il nuovo leader e se costui riuscirà a far ritornare la pace nell’area mediorientale.
I differenti candidati stanno raccogliendo la difficile eredità che Arafat ha lasciato, sia nel bene che nel male. Sostituire ugualmente un capo amato e carismatico per tanti anni, comunque non sarà ripetibile. Già in questi giorni quasi tutti i pretendenti si sono ricollegati a Lui: Abu Mazen, il favorito sia per esperienza, sia perchè aveva lavorato a fianco del Rais e poi cacciato dallo stesso, ha iniziato con un comizio nella principale piazza di Ramallah dopo aver osservato un minuto di silenzio sulla tomba situata nel Muqata alla periferia della città.
Gli intenti e i piani politici dei candidati sono molto simili l’uno con l’altro: tutti predicano la pace e promettono di rinnovare un definitivo dialogo con il vicino Israele, di abbassare la disoccupazione in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza e di fondare dei principi del nuovo stato che tutti s’impegnano a costruire in futuro.
Abu Mazen, quasi settantenne, ha l’appoggio peraltro importante dell’attuale leadership americana e in queste ore ha fatto pubblicare sui giornali locali una sua foto in compagnia del vecchio rais, quasi a far capire al popolo palestinese l’intenzione di continuarne le gesta e le azioni politiche. Probabilmente è soltanto un modo per farsi pubblicità e accaparrasi consensi ma è anche segnale di una non nuova linfa politica e che fà trasparire delle forti contraddizioni.
Abu Mazen si è anche recato alla messa di mezzanotte del Natale a Betlemme, la quale si svolge nella Chiesa della Natività. E’ stato autorizzato dal servizio di sicurezza israeliano: un gesto importante e di notevole distensione da ambo le parti.
Mustafa Barghouti, parente del più violento capofila incarcerato a Tel Aviv e impossibilitato a candidarsi, è considerato un ottimo mediatore e diplomatico, intellettuale di ” sinistra “, si è presentato all’apertura della campagna elettorale con lo stesso tipo di kefiah che portava assiduamente Arafat, cosa che non si era visto prima…..un altro richiamo all’anziano rais…..
Gli altri cinque aspiranti non avrebbero nessuna possibilità di vittoria e sono considerati minori.
Questi due candidati dovrebbero raccogliere la maggioranza dei voti e secondo le previsioni locali Abu Mazen dovrebbe essere il vincitore.
La campagna elettorale si concluderà il 7 gennaio 2005.
Le autorità militari israeliane hanno comunicato che i check point saranno aperti e i controlli saranno velocizzati ma sempre con lo scopo di garantire la sicurezza e di far spostare la gente da un distretto all’altro per andare a esprimersi con le schede.
Intanto in queste ore si stanno votando in West Bank le municipali, i primi risultati danno in testa il partito di Al Fatah con un buon vantaggio su quello di Hamas con dei candidati indipendenti e al momento lo spoglio delle schede, che vanno a rilento, sarebbe di circa 23 dei 26 consigli comunali.
Queste votazioni oltre a definire le municipalità sono un importante test per le presidenziali e dalla risposta odierna si può intuire chi sarà la nuova guida dell’autorità palestinese.
L’affluenza alle urne al momento viene stimata intorno all’85 %, un dato notevole considerato la difficoltà in cui si svolgono e le prime del nuovo corso politico.
Intanto focolai di violenza si registrano nella disastrata Jenin: un capo locale della brigata di Alqsa è stato ucciso dagl’agenti dell’Idf ed era considerato dai servizi segreti il braccio destro del comandante della regione.
Nei dintorni del valico di frontiera di Erez, nella Striscia di Gaza, un ordigno è esploso accidentalmente ed ha ferito due palestinesi in modo non grave. Gli israeliani stanno accertando le dinamiche dell’incidente.
Adesso che sono passati quasi due mesi dalla morte di Arafat il mio modesto e personale ricordo di quella figura si riconduce alle due volte che l’ho incontrato: la prima, nell’anno 2000, lo vidi a una dimostazione palestinese nelle strade di Gaza. Era impossibile avvicinarsi, la gente lo acclamava, cercava di toccarlo e anche fotografarlo era pressochè inattuabile. In quei tempi era facile vederlo nella striscia, in quanto aveva il suo ufficio a Gaza City.
Nel marzo 2002 chiesi all’onnipresente Nabille Houburdini di scattargli alcune immagini. Telefonai da Gerusalemme Est e dopo aver oltrepassato il blindato punto di controllo di Khalandya giunsi a Ramallah.
Altri controlli, ma stavolta meno ossessivi, quindi entrai nel Quartier Generale, un assembramento disordinato di edifici, difeso da numerosi militari palestinesi e circondato da alti muri di protezione. Ci ho trascorso quattro giorni, ho mangiato con loro e ho dormito in una stanza con l’operatore televisivo della tv palestinese. Arafat aveva ogni giorno molti impegni e all’interno del suo Muqata c’era un gran via vai di persone.
Ho assistito a diversi incontri: Solana, El van Dick, i rappresentanti delle chiese ortodosse e altro ancora. Le riunioni politiche proseguivano fino a tardi e i media di diversi paesi era appostati per riprendere le conference press.
Ogni tanto si sentivano dal’esterno degli spari o esplosioni: scontri tra palestinesi ed ebrei nelle campagne circostanti della città.
Quando lo fotografai in privato non mi concesse moltissimo tempo, una ventina di minuti da solo nella sua stanza. Mi chiese, tramite il suo interlocutore che parlava inglese perfettamente, se avevo intenzione di intervistarlo e se ero un giornalista italiano, perchè Lui non rilasciava interviste a stranieri. Non era vero. Gli risposi, no, ma mi piacerebbe, ma io voglio solamente farle delle foto e allora Yasser Arafat mi disse se dovevamo andare sulla terrazza del tetto della palazzina.
Gli risposi che erano le sei del pomeriggio e fuori era buio……Lui, forse, non si rendeva conto in quanto non usciva da diversi mesi dai suoi ambienti ed era sempre chiuso tra il suo ufficio, la sua camera, il salone dei ricevimenti e le sale riunioni.
Mi disse se doveva mettersi in posa….. con quell’aria un pò ambigua, saggia e talvolta irridente…
Gli risposi stia alla scrivania e in modo naturale come se io non ci fossi.
Non volevo eseguire dei ritratti standard ma bensì mentre lavorava o in maniera spontanea, quasi non se ne accorgesse, anche perchè le condizioni di luce erano un pò scarse e lavoravo con il treppiede e in medio formato. Avrei poi avuto altre occasioni negl’incontri di riprenderlo in mezzo alle persone o quando accompagnava un ospite all’uscita del grande piazzale interno.
Quando conclusi il mio lavoro chiamò la segretaria ai rapporti con l’estero, Janina, la quale parlava un eccellente italiano. Gli disse di convocare il suo fotografo che operava nel Muqata e che dava le immagini ai giornali palestinesi e collaborava con la Reuters.
Volle farsi riprendere con me, chissà forse credeva che fossi importante oppure soltanto un gesto di cortesia. Poi lo salutai e lo abbracciai in maniera islamica: gli dissi ” Tank you very much and good luck President ” e mi rispose immediatamente ” Of it I have need……”.
Successivamente i quattro giorni trascorsi nel suo ” rifugio ” ritornai a Gerusalemme e poi andai ad Hebron.
Alcune settimane dopo i tank israeliani occuparono l’area del suo Muqata sfondando il muro di cinta, distrussero le auto parcheggiate e cannoneggiarono il palazzo.
Arafat si salvò a stento per l’ennesima volta e le immagini televisive della Cnn con la candela in mano e gl’occhi stralunati fecero il giro del mondo…..

Gianluca Fiesoli.

***Fotografia: Javier Solana e Yasser Arafat, conference press in Ramallah, 2002 – Gianluca Fiesoli ©.

Riferimenti: Elezioni in Palestina nel segno di Arafat.

Yasser Arafat non ha la leucemia.


Con un laconico bollettino i medici dell’ospedale di Percy, dove Yasser Arafat è ricoverato da diversi giorni, dichiarano con certezza che il Presidente dell’Autorità Palestinese non è affetto da leucemia.
Il Rais soffre di disturbi gastro-intestinali e gli esami ematici hanno riscontrato i valori delle piastrine molto bassi, con i globuli bianchi più elevati della norma e quelli rossi carenti che evidenziando una certa anemia.
Il comunicato è stato letto al di fuori della clinica, dalla portavoce palestinese in terra transalpina, Leila Shaid, che ha precisato che questo avviso pone fine alle speculazioni sulla salute del Presidente.
Intanto Arafat, ha ripreso nelle ultime ore a mangiare in maniera regolare, segue con attenzione le elezioni americane in tv, ride ed è di buon umore, risponde al cellulare e precisa che non voterebbe nè per George Bush nè per Kerry, ma solo per Dio…..
Mentre il rais è all’ospedale il Governo di Sharon ha bloccato tredici metri quadrati sul monte degli Ulivi, di proprietà di Arafat.
Sharon ha dichiarato in una conferenza stampa che fino a quando sarà il capo del governo israeliano, anche nell’ipotesi che Arafat dovesse morire, non permetterà mai che il Presidente palestinese venga sepolto a Gerusalemme.
L’amministrazione governativa, che ha l’incarico di gestire i beni palestinesi dopo la guerra dei Sei giorni, ha motivato l’esproprio dl terreno con l’assenza del proprietario.

G. Fiesoli.

***FOTO: Incontro Arafat e El Van Dick, Ramallah ( West Bank ), 2002 – Gianluca Fiesoli ©.

Riferimenti: Yasser Arafat non ha la leucemia.

Il declino di Yasser Arafat


Yasser Arafat è malato, era oramai da tempo che circolano voci sul suo precario stato di salute, che adesso sembra essersi aggravato.
A 75 anni, continua come se niente fosse a essere il Presidente dell’Autorità Palestinese, lavorando 12 ore al giorno in un clima e in un territorio saturo di tensioni e guerriglia urbana.
Oramai non viaggia più, gli israeliani che lo hanno graziato molte volte, non gli permettono di lasciare il suo Muqata a Ramallah che da circa tre anni è il suo quartiere generale.
Un assembramento di edifici in rovina, colpiti più volte dai proiettili dei tank, circondato da alcuni fedelissimi e ossevatori politici come l’onnipresente Nabille Houburdini, la segretaria Janin ai rapporti con l’estero e le sue guardie armate.
L’ufficio di Gaza è stato smantellato da tempo e l’ultima moglie vive stabilmente a Parigi.
Non lo accompagna più nei suoi tour politici arabi e da diverso tempo i rapporti tra i due coniugi sono puramente formali.
In una intervista a Le Figaro alcuni anni addietro, Suha, dichiarò di essere stressata delle ideologie del Presidente e vivere con un tale personaggio era stancante e anche deludente. Si sentiva spesso sola, trascurata a una figura comprimaria, in secondo piano con la politica, ragione di vita di Arafat.
Nel colloquio Suha sottolineava che le concezioni e le idee politiche del marito s’infrangevano con quella che è una realtà più che evidente e definiva il conflitto israeliano palestinese come un binario morto.
Suha, non concepiva l’attaccamento al proprio lavoro del consorte, il quale non ha mai voluto alleggerire o lasciare del tutto e quindi decise di trasferirsi in Europa.
A Parigi vive agiatamente con i soldi che il Presidente gli ha sempre concesso e a suo dire non rinnegava questa scelta, nonostante nutrisse un profondo affetto per il consorte.
Ieri ha ricevuto dalle autorità israeliane il lasciapassare per raggiungere Ramallah con alcuni medici giordani e libanesi, amici del Rais.
Adesso Arafat, di cui ancora non si ha una prognosi certa, sta combattendo una battaglia, forse la più importante, per restare in vita.
Fonti locali affermano che sia entrato in coma e sia stato portato momentaneamente al piccolo ospedale di Ramallah per ulteriori accertamenti e stando alle notizie dell’ultima ora è necessario un trasferimento a Parigi in un centro specializzato per malattie ematiche.
Il leader sarebbe affetto da un virus o una forma tumorale, al momento non definita, la quale fà scendere il numero delle piastrine, necessarie per il processo di coagulazione del sangue e per l’energia della persona se stabili ai livelli normali. Se alterate possono essere sintomo di patologie e malattie gravi come il cancro, la lucemia o infezioni virali.
Intanto è stata annullata la visita del ministro degl’esteri N. Shaat a Mosca che era in programma per la settimana in corso mentre i maggiori funzionari sono accorsi a Ramallah.
Si parla di un possibile triumvirato momentaneo, il quale sostituirebbe Yasser Arafat in attesa di un miglioramento di salute e sarebbe formato da Abu Mazen, A Qorei e Salim Zaanun.
Nel caso di una suo improvviso decesso, il regolamento dell’Autorità Palestinese prevede fino a nuove elezioni, l’assegnamento dei poteri al Presidente del Consiglio Legislativo,Rawhi Fattuh.
Le votazioni si dovrebbero svolgere entro due mesi dalla ipotizzabile morte.

Gianluca Fiesoli.

***IMMAGINE: G. Fiesoli e Yasser Arafat, marzo 2002, Ramallah ( West Bank ) – fotografia di Mohamed Al Mhreb ©

Riferimenti: Il declino di Yasser Arafat.