Diciassette anni senza Raffaele Ciriello.

Raffaele Ciriello

Sono passati quasi quattro lustri, qualcuno delle Istituzioni lo ha un pò dimenticato,  ma i suoi amici, i familiari, qualche collega, i fotoreporter di oggi o chi continua a fare ( sempre meno ) questo ingrato mestiere, mal pagato, spesso in simbiosi con una seconda occupazione e perennemente a rischio lo hanno tuttora nella mente e nel ricordo.

D’ altra parte le guerre proseguono,  qualcuna è finita, altre non termineranno mai e ci saranno sempre taluni disposti a rischiare per documentare ciò che non si può vedere stando a casa su un confortevole divano. Ma la tutela di questo lavoro e dello Stato è quasi inesistente ovunque. E’ di tre mesi fa il suicidio in diretta di un cronista tunisino che si è dato fuoco poiché non riusciva a vivere con quello che prendeva con i servizi. Come il barbaro omicidio di Regeni ancora senza risoluzione e colpevoli

In Italia siamo molto bravi a dire è meglio una religione di un altra, a rinnegare la Storia, a sostenere posizioni completamente diverse, a criticare di dispute in casa altrui senza poi sapere le cose come stanno e come vanno sul campo.

Si dice che fare il fotografo di guerra, l’ inviato speciale di povertà, in paesi dittatoriali, in regimi corrotti, in stati militarizzati, insomma a rischio sia ” un lavoro ” da giovani, quando ancora un pizzico di giustizia e di idealismo ci rende più incoscienti, più pazzi. Poi con il tempo molte cose possono cambiare talvolta anche contro il nostro intrinseco volere.

Taluni  giornalisti hanno modificato il proprio percorso a causa di un ferimento, un incidente serio, un rapimento oppure il fatto di aver sfiorato la morte di un soffio.

Non c’ è niente di male ma quando oltrepassi quel ” limite ” una riflessione spontanea ti viene per forza. Ti può andare bene come male ma nel secondo caso non ci sarà nessuna prova di appello.

La paura è una componente della Vita e non certamente una vergogna. Per quanto la passione, l’ ambizione di un mestiere sia contagiosa, l’ abnegazione e la moralità siano completamente integre, la voglia di Verità sia infinita, la ” pelle ” detto in gergo è comunque unica e sacra.

Raffaele Ascanio Ciriello per certi versi mi ricordava nel fotografare Franco Ferrari, giornalista Rai, fotografo, pittore, che ha passato una buona parte della sua vita in paesi tumultuosi. Ferrari forse era più taccuino ma anche Ciriello con il tempo aveva aumentato a scrivere articoli facendo anche qualche importante intervista come quella a Shad Massud e altro ancora.

Ambedue ci hanno lasciato immagini essenziali, reportage visivi senza fronzoli, la realtà in tutta la sua pienezza e per ciò che ne dobbiamo essere grati e riconoscenti.

Ho ” visto ” Raffaele Ciriello solo per pochi attimi uno o due giorni prima di quel tragico e maledetto 13 marzo 2002. Un incontro fugace, come talvolta avviene in certi casi, nel tardo pomeriggio nelle strade di Ramallah di ritorno da una piazza poco distante dal centro dove vennero giustiziati a colpi di arma da fuoco dai palestinesi due collaborazionisti con gli israeliani.

La seconda Intifada era nel pieno svolgimento e l’ IDF stava preparando l’ operazione ” Scudo Difensivo ” L’ esecuzione fu rapida e la piazza si riempi fino  all’ inverosimile di gente inferocita  che cercava in qualsiasi modo di coprire i corpi ma anche osannava l’ odio per il tradimento, con urla e slogan contro l’ occupazione di Israele.

Per fare quelle immagini dovetti salire al terzo piano di un palazzo assieme a un cameraman della tv svedese. Ci inseguirono dalle scale, nascosi i rulli per precauzione in un calzino e me ne scappai da una porta secondaria.

Mentre ritornavo verso il centro di Ramallah diversi giornalisti  accorsero a seguito dei numerosi spari, tra cui Ciriello che riconoscendomi italiano mi chiese cosa era successo, da dove venivo. La piazza poi venne chiusa da un cordone umano, io me andai velocemente poiché la sera preferivo dormire nella più ” tranquilla ” Gerusalemme Est.

Il giorno seguente sono partito per Ashkelon per  proseguire nella Striscia di Gaza e poi venni a conoscenza da internet della  sua tragica fine.

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Buon compleanno Photoshop: 20 anni di successi e di ineguagliabile fotoritocco.

Se c’ è un programma che non verrà mai a noia è Adobe Photoshop. Ripercorrendo alcuni sviluppi come dalla versione  5 alla 7 al Cs3 e il bellissimo Cs4 Extended, ogni qual volta che lo lanciamo la “ felicità “ di ogni singolo fotografo, webmaster o utente che sia raggiunge i massimi livelli.

Nonostante il ragguardevole costo in termini di denaro per poter operare con qualità e fantasia, questo software nel tempo ha saputo sbarazzare la concorrenza  e i tentativi d’ imitarlo, peraltro sempre e comunque inferiori.

Photoshop resta unico per la sua integrazione e versatilità con buona parte dell’ associate suite di Adobe e probabilmente non passerà mai di moda. Una potente applicazione che ci regala dopo averlo imparato ad usare grandissime soddisfazioni, poiché  ci permette di lavorare nei più disparati modi aggiungendo creatività, lucentezza, contrasto, correzioni, tagli, misure e bellezza alle nostre fotografie ed elaborazioni di video.

Definita senza enfasi una perfetta “ camera oscura digitale “ da utilizzare comodamente seduti ad una scrivania, raffinata e soprattutto pulita. Una miniera infinita di possibilità che daranno vita a innumerevoli interpretazioni nel campo dell’ immagine e grafica.

Adobe Photoshop compie venti anni. Di strada ne fatta veramente tantissima e pertanto non mancano le iniziative per festeggiarlo.

Buon compleanno.

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( Tratto da Adobe.com )

 

Quando venne introdotto Photoshop, fu visto come una sorta di fratello minore di Adobe Illustrator e un buon mezzo per promuovere PostScript e stampa laser. Nemmeno gli addetti ai lavori sono stati in grado di predire il grandissimo successo di questo prodotto e l’eccezionale impatto che avrebbe avuto sul mondo del design e della fotografia a livello mondiale. In pochi anni, Adobe Photoshop è diventato un pilastro insostituibile nelle case editrici, negli studi di produzione cinematografica e pubblicitaria e nel campo del marketing. Oggi, Photoshop è molto di più di un’applicazione per la grafica: è un fenomeno sociologico ed è addirittura diventato un verbo.

Photoshop è pienamente inserito nella società e il suo utilizzo permea il mondo dei social network, dell’architettura, dell’ingegneria, della medicina, delle scienze e dell’intrattenimento. Photoshop tocca ogni aspetto della comunicazione moderna, dai casi legali all’animazione ai giochi sui cellulari. È integrato nelle trame di serie televisive e film, è usato per risolvere crimini, misteri e per inscenare disastri fittizzi.

Tutto è cominciato nel 1987 quando Thomas Knoll decise per hobby di scrivere un programma per visualizzare immagini in scala di grigio su un monitor monocromatico mentre lavorava al suo PhD. Suo fratello John, che lavorava in campo cinematografico, modificò il programma in modo tale che potesse gestire file di immagini digitali. I due fratelli implementarono la loro applicazione così da includere caratteristiche che sono ancora parte integrante di Photoshop: controlli sul colore e i toni, pennelli e capacità di leggere diversi formati di file. I fratelli Knoll avvertirono le potenzialità commerciali del loro prodotto e nel 1988, John Knoll presentò il programma ad Adobe. L’accordo di licenza fu siglato immediatamente.

Una volta avviata, la corsa di Photoshop non si è mai fermata. Ogni nuova release ha introdotto nuove importanti funzionalità. È addirittura nato un’intero settore che produce filtri e plug-in per Photoshop. Nel 1995, terminò il contratto di licenza con i fratelli Knoll e Adobe comprò i diritti del prodotto per 34.5 milioni di dollari.

Oggi, con oltre 6 milioni di utilizzatori in tutto il mondo, gli appassionati di Photoshop si possono trovare nei settori del commercio, dell’intrattenimento e della pubblica amministrazione.

La famiglia di prodotti Adobe® Photoshop® è lo strumento più avanzato per ottenere il meglio dalle vostre immagini digitali e trasformarle in qualsiasi cosa riusciate a immaginare.

Festeggiate su Adobe il ventesimo compleanno di Photoshop visitando il sito dedicato alla ricorrenza   http://www.photoshop20anniversary.com

 

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Il triste anniversario dell’ Intifada.


Quattro anni fà nacque la seconda Intifada e ancora adesso continua….
Con una passeggiata avvenuta alla fine di settembre del Duemila sulla Spianata delle Moschee, il sacro sito a forma di trapezio irregolare e con un atteggiamento di sfida seguito da oltre settecento guardie del corpo, l’odierno Primo Ministro Israeliano, Ariel Sharon, soprannominato ” il falco ” fece traboccare il vaso della violenza con i palestinesi colpiti nell’orgoglio religioso che dettero inizio alla seconda intifada e che da allora non si è mai più fermata.
In realtà prima di quel giorno le speranze di pace erano già naufragate nel luglio dello stesso anno, con il fallimento del vertice trilaterale, assiduamente voluto da Clinton a Camp David che sperava in una miracolosa risoluzione del problema palestinese e quindi entrare nella Storia Mondiale prima della fine del suo mandato alla Casa Bianca.
Un progetto ambizioso che ebbe momenti di volontà ad altri d’intollerabile incomprensione e che in alcuni circostante sfociò in pesanti atti di accuse esternate dalle due delegazioni.
I palestinesi non cedettero sulla questione di Gerusalemme Est e Arafat insistette per difendere la legalità internazionale, forte dell’appoggio totale del mondo arabo e non voleva ” regalare ” in nessuna maniera il nodo di Gerusalemme, in quanto lo avrebbe fatto apparire agli islamici come un traditore. L’allora Premier Barak invece fece delle ” lievi ” concessioni sulla città santa, spronato da Bill Clinton, il quale percepiva che qui si giocava la partita, ma furono agevolazioni che la delegazione palestinese non prese in considerazione.
Il vertice si concluse con un inaspettato insuccesso.
Se gli scontri iniziali della seconda intifada in Ottobre fecero subito capire all’opinione pubblica che ci sarebbero stati altri anni di sangue, i negoziati continuarono ad andare avanti e dopo l’incontro sul Mar Rosso, tra Clinton, K. Annan, l’egiziano Mubarak, Arafat, l’israeliano Barak e il giordano Abduallah, i quali non firmarono e ne sottoscrissero nessun documento, ma solo una stretta di mano che l’impegnava a fermare le rivolte tra i due paesi.
In quei giorni sembrava che la pace avesse ripreso quota.
A Natale Clinton convocò alla Casa Bianca le due parti e presentò quello che veniva chiamato il piano etnico di Clinton su Gerusalemme.
Una divisione del centro storico basata su dei principi di religiosità ma che rispettava la sovranità sia ebraica che palestinese.
Con la mediazione egiziana e americana si univa anche l’Unione europea, rappresentata da Moratinos e venne fissato un nuovo incontro a Taba nel Sinai.
A Gennaio Clinton aveva terminato il mandato e alla riunione in terra egiziana non era presente nessun esponente dell’amministrazione americana.
Il neo eletto G.W. Bush era impegnato in altre questioni politiche internazionali e in una settimana di intensi colloqui le parti si fermarono sul problema dei profughi e sull’annosa barriera di Gerusalemme.
Con una dichiarazione congiunta, in cui si diceva di non aver espletato nessuna intesa, tutti tornarono a casa e la settimana seguente due autobus esplosero nel nord di Israele e nella Striscia di Gaza si ricominciò a sparare.
Mubarak seguì la campagna elettorale dove incontrò una cocente sconfitta da parte di Sharon con il 62 % contro il 38 %, dettata dall’esito negativo dei negoziati e da una destra che chiedeva un capo con un polso fermo e risolutivo.
La pace da allora si è definitivamente fermata.
Ma in questo triste anniversario molti si chiedono che cosa è realmente cambiato ? E quali sono le possibili vie di uscita per una guerra che in quattro anni ha ucciso oltre tremila palestinesi e più di mille israeliani e con oltre quattromila edifici demoliti e centinaia di attacchi suicidi kamikaze ?
Una risposta che non trova soluzione. Se Sharon con il pugno di ferro non ha risolto la questione e dopo anni di negoziati, di tentativi diplomatici siamo ancora al punto di partenza viene da pensare che neanche la creazione di un reale stato palestinese porterebbe l’armonia tra i due popoli.
C’è da dire che in questi quattro anni alcune cose sono cambiate, ma in peggio: al di là dei morti e delle vendette, Yasser Arafat ha lasciato Gaza e vive confinato da quasi tre anni a Ramallah nel suo Muqata, circondato dai suoi fedelissimi.
Ha perso molto del suo potere e del carisma istituzionale e da tempo non può più fare viaggi all’estero. Il suo viso appare affaticato ed è acciacato per l’età avanzata mentre il mondo arabo non lo appoggia politicamente più come una volta.
Il leader è andato anche vicino alla morte, nel marzo del 2002, quando i tank israeliani davanti alle telecamere di tutte le televisioni del pianeta irruppero nel piazzale dei suoi uffici alle porte di Ramallah.
Anche la sua credibilità ha segnato il passo: per la prima volta i suoi accaniti sostenitori e le brigate di Al Aqsa sono scesi per le strade per contestarlo in merito ad alcune situazioni ambigue da lui stesso effettuate.
La gente gli riconosce il tributo necessario e probabilmente i suoi prossimi funerali saranno solenni, tutti gli sono grati per quello che realmente ha fatto per la Palestina, ma s’intravededono segni di stanchezza sull’appoggio della sua politica obsoleta e intrasigente e alcuni chiedono un cambio anticipato della guardia, il quale avverrà naturalmente alla sua morte.
Da questa posizione incerta del Presidente dell’Autorità palestinese in questi anni ne ha tratto vantaggio, tra mille insidie politiche interne, Ariel Sharon. Un profitto che ha portato energia alle sue convinzioni e le sue strategie, ma non ha risolto il problema dell’Intifada e della sicurezza all’interno di Israele.
Il Premier israeliano è saldamente al comando anche dopo l’ ennesimo ” specchietto per le allodole ” della Road Map, che ribadisce nuovamente la mancanza di volontà politica da ambo le parti su di un piano che riprendeva un telaio già precedentemente preso in considerazione, ma purtroppo senza sbocchi di riconciliazione.
Lo scottante argomento dei profughi, dei coloni, degl’insediamenti ebraici illegali, fanno intendere che dopo due anni di tentativi frammentati, di disegni concettuali, venga sospesa definitivamente.
Se la Road Map, in realtà non è mai partita senza nemmeno raggiungere la prima fase, Ariel Sharon ha ritrovato un importante appoggio esterno con l’insediamento di Bush figlio alla White House, il cui credo è fondato su principi militari e di guerra totale agl’integralisti islamici.
Questo sostegno da oltre oceano gioca un ruolo significativo nella protezione ideologica e politica di Sharon, gli concede ampie garanzie e nel frattempo gli consente di costruire un ignobile muro in cemento armato, il quale divide la terra santa dall’odiata Palestina, contestato a parole da tutti ma che di fatto resta e guarda avanti nel suo completamento.
Una piena attuazione che prosegue di pari passo con gli omicidi mirati, la morte del paraplegico Yassin e le incursioni di elicotteri sui nascondigli degl’adepti di Hamas, nei campi dei rifugiati di Khan Younis e Jabalya.
Una barriera alta una decina di metri e circondata da larghi fossati.
E’ già terminata fino al settore centrale e che taglia i due stati per seicento chilometri: filo spinato, torrette di controllo, mitragliatici, check point supercontrollati per i veicoli e che costa un milione di dollari ogni mille metri con una deliberazione approvata dal governo israeliano di 18 voti favorevoli e 4 contrari.
Definito il ” nuovo muro dell’apartheid “, o quello della vergogna, condannato dalla Corte dell’Aja e dal voto dell’Onu, inutile nella pratica poichè non vincolante, ma gravissimo nella valenza politica.
Probabilmente questa interminabile barricata diventerà un rovinoso monumento e la storia c’insegna che tutte le Grandi Muraglie delle sovranità sono una mera utopia di poter fermare i nemici alle frontiere.
Ci sarà sempre qualche disperato o fanatico attivista che per pochi centinaia di dollari è disposto ad entrare in una discotesca di Tel Aviv, o alla stazione dei bus di Beer Sheva con una cintura di tritolo.
Quattro anni di sangue, di odio intestinale, di conflittualità religiose senza mai un attimo di tregua.
E’ delle ultime ore la notizia della bocciatura al piano di disimpegno unilaterale dalla Striscia di Gaza.
La Knesset ha respinto con 53 voti contrari e 44 favorevoli il proposito della tabella di marcia, che probabilmente andrà avanti lo stesso, ma con l’arduo compromesso di far entrare nella coalizione governativa i laburisti.
Un accomodamento che potrebbe portare nei prossimi mesi un instabilità e nuove complicazioni politiche all’attuale governo.

Gianluca Fiesoli.

FOTOGRAFIA:
Yasser Arafat solo nel suo Muqata rilegge il discorso che farà tra poche ore nell’incontro con Javier Solana ( Pres. Comm. U. E ) –
Ramallah ( West Bank ) – 2002 – Gianluca Fiesoli ©

Riferimenti: Quattro anni di Intifada.