Diciassette anni senza Raffaele Ciriello.

Raffaele Ciriello

Sono passati quasi quattro lustri, qualcuno delle Istituzioni lo ha un pò dimenticato,  ma i suoi amici, i familiari, qualche collega, i fotoreporter di oggi o chi continua a fare ( sempre meno ) questo ingrato mestiere, mal pagato, spesso in simbiosi con una seconda occupazione e perennemente a rischio lo hanno tuttora nella mente e nel ricordo.

D’ altra parte le guerre proseguono,  qualcuna è finita, altre non termineranno mai e ci saranno sempre taluni disposti a rischiare per documentare ciò che non si può vedere stando a casa su un confortevole divano. Ma la tutela di questo lavoro e dello Stato è quasi inesistente ovunque. E’ di tre mesi fa il suicidio in diretta di un cronista tunisino che si è dato fuoco poiché non riusciva a vivere con quello che prendeva con i servizi. Come il barbaro omicidio di Regeni ancora senza risoluzione e colpevoli

In Italia siamo molto bravi a dire è meglio una religione di un altra, a rinnegare la Storia, a sostenere posizioni completamente diverse, a criticare di dispute in casa altrui senza poi sapere le cose come stanno e come vanno sul campo.

Si dice che fare il fotografo di guerra, l’ inviato speciale di povertà, in paesi dittatoriali, in regimi corrotti, in stati militarizzati, insomma a rischio sia ” un lavoro ” da giovani, quando ancora un pizzico di giustizia e di idealismo ci rende più incoscienti, più pazzi. Poi con il tempo molte cose possono cambiare talvolta anche contro il nostro intrinseco volere.

Taluni  giornalisti hanno modificato il proprio percorso a causa di un ferimento, un incidente serio, un rapimento oppure il fatto di aver sfiorato la morte di un soffio.

Non c’ è niente di male ma quando oltrepassi quel ” limite ” una riflessione spontanea ti viene per forza. Ti può andare bene come male ma nel secondo caso non ci sarà nessuna prova di appello.

La paura è una componente della Vita e non certamente una vergogna. Per quanto la passione, l’ ambizione di un mestiere sia contagiosa, l’ abnegazione e la moralità siano completamente integre, la voglia di Verità sia infinita, la ” pelle ” detto in gergo è comunque unica e sacra.

Raffaele Ascanio Ciriello per certi versi mi ricordava nel fotografare Franco Ferrari, giornalista Rai, fotografo, pittore, che ha passato una buona parte della sua vita in paesi tumultuosi. Ferrari forse era più taccuino ma anche Ciriello con il tempo aveva aumentato a scrivere articoli facendo anche qualche importante intervista come quella a Shad Massud e altro ancora.

Ambedue ci hanno lasciato immagini essenziali, reportage visivi senza fronzoli, la realtà in tutta la sua pienezza e per ciò che ne dobbiamo essere grati e riconoscenti.

Ho ” visto ” Raffaele Ciriello solo per pochi attimi uno o due giorni prima di quel tragico e maledetto 13 marzo 2002. Un incontro fugace, come talvolta avviene in certi casi, nel tardo pomeriggio nelle strade di Ramallah di ritorno da una piazza poco distante dal centro dove vennero giustiziati a colpi di arma da fuoco dai palestinesi due collaborazionisti con gli israeliani.

La seconda Intifada era nel pieno svolgimento e l’ IDF stava preparando l’ operazione ” Scudo Difensivo ” L’ esecuzione fu rapida e la piazza si riempi fino  all’ inverosimile di gente inferocita  che cercava in qualsiasi modo di coprire i corpi ma anche osannava l’ odio per il tradimento, con urla e slogan contro l’ occupazione di Israele.

Per fare quelle immagini dovetti salire al terzo piano di un palazzo assieme a un cameraman della tv svedese. Ci inseguirono dalle scale, nascosi i rulli per precauzione in un calzino e me ne scappai da una porta secondaria.

Mentre ritornavo verso il centro di Ramallah diversi giornalisti  accorsero a seguito dei numerosi spari, tra cui Ciriello che riconoscendomi italiano mi chiese cosa era successo, da dove venivo. La piazza poi venne chiusa da un cordone umano, io me andai velocemente poiché la sera preferivo dormire nella più ” tranquilla ” Gerusalemme Est.

Il giorno seguente sono partito per Ashkelon per  proseguire nella Striscia di Gaza e poi venni a conoscenza da internet della  sua tragica fine.

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Darra Adam Khel, il regno delle armi.

Darra armi Pakistan

Darra Adam Khel ( Pashto : درہ آدم خیل ) è una città nella regione di frontiera Kohat situata tra Kohat e Peshawar, nella provincia di Khyber Pakhtunkhwa in Pakistan ed è raggiungibile da una strada polverosa e molto trafficata verso sud lunga una cinquantina di chilometri.
Spesso bloccata a causa di frequenti incidenti.

Precedentemente una parte delle zone tribali ad amministrazione federale (FATA), ha guadagnato fama e notorietà per i suoi bazar pieni di armaioli e mercanti di armi. La città è costituita da una strada principale fiancheggiata da numerosi negozi, insieme ad alcuni vicoli e strade laterali contenenti officine. Ed è per lo più abitato dai pashtun del clan Afridi , cioè l’ Adamkhel .

Una grande varietà di armi da fuoco sono prodotte nella città, che vanno dalle pistole antiaeree alle pistole a penna . Qui sembra che si viva solamente per questo. Tutti gli abitanti sono armati.

Le armi sono fatte a mano da singoli artigiani usando tecniche di produzione tradizionali, che di solito vengono tramandate da padre in figlio.
I kalašnikov vengono regolarmente testati sparando in aria o in campi situati in periferia. Qui tutto è è controllato dalle tribù locali e qui il governo pakistano praticamente non ha nessun potere.

Darra Adam Khel è un villaggio di edifici in legno e mattoni a due piani sulle colline di sabbia vicino alla regione di Kohat Frontier.

La maggior parte della gente qui sembra fabbricare o vendere solo una cosa, cioè le pistole, mentre la seconda attività degli abitanti è il trasporto.

Ma non manca neanche un fiorente mercato di droga dove puoi comprare quasi tutto a prezzi accessibili. L’ eroina è stata bandita negl’ anni Ottanta a causa delle pressioni straniere e dopo aver consultato gli anziani capi del villaggio ma nonostante ciò è possibile tuttora acquistarla.

La merce viene sempre pagata in dollari americani e quasi mai in valuta locale.

Nelle gallerie della strada principale ci sono i laboratori. Centinaia di stanze in cui uomini e ragazzi realizzano copie funzionanti delle armi di tutto il mondo con nient’ altro che utensili a mano e piccoli trapani.

Gli strumenti sono sorprendentemente primitivi.  Le fucine producono un’accurata riproduzione di ogni tipo di arma immaginabile, dalle pistole a penna e dalle bombe a mano ai fucili automatici e ai cannoni anti-aerei.

In qualsiasi ora del giorno si sentono spari.

Le copie sono riprodotte così accuratamente che anche il numero di serie dell’originale viene riportato. Un armaiolo di Darra, dato un fucile che non ha mai visto prima, può duplicarlo in due settimane di lavoro.

Una volta eseguita la prima copia, ogni copia aggiuntiva impiega due o tre giorni a per essere creata. Le pistole, essendo più complesse richiedono più tempo.

Circa 400-700 pistole vengono prodotte ogni giorno a Darra. Queste pistole sono più che sufficienti per i pashtun stessi. Altre armi trovano la loro strada per il vicino l’Afghanistan o per i paesi islamici più lontani. La produzione di armi pesanti, tuttavia, è diminuita negl’ ultimi anni.

Una zona strategica anche per nascondersi. Basta ricordare che Bin Laden fu ucciso e portato via dagl’ americani da un  campound di Abbottabad che dista solamente  quattro ore di auto da Darra.

Viaggiare a Darra per gli stranieri resta sempre un posto un po’ scomodo e pericoloso.

I viaggiatori possono andare in autobus o in auto con un autista senza un permesso ma non è consigliabile perché la polizia tribale ( Khasadar ) controlla di frequentemente il mercato per verificare eventuali regole locali e violazioni della legge.

Inoltre anche fotografare e riprese video potrebbero fare incontrare problemi a fotografi e giornalisti.

Il commercio di armi  a Darra cominciò per la prima volta alla fine dell’ Ottocento.

( FONTE DA WIKIPEDIA CON ALCUNE AGGIUNTE MIE )

PAM ( Photo Art Market ) il collezionismo accessibile che nasce a Napoli.

PAMSi apre domani 16 Dicembre e per la prima volta il PAM ( Photo Art Market ) una manifestazione molto singolare che nutre il desiderio  di diventare continuativa nel corso del tempo.

E sappiamo benissimo quanto sia importante partire con il piede giusto e perciò facciamogli i migliori auguri.

Il tutto è a Napoli nella sede della Maiosn du Tango di Piazza Dante dove un cospicuo numero di autori professionisti assieme ad altre realtà giovani ed emergenti sono coordinati dall’ Associazione Photo Polis di Marco Maraviglia, autorevole rappresentante della fotografia partenopea con innumerevoli esperienze artistiche, culturali e lavorative.

La manifestazione  va a porsi in un collezionismo più accessibile e consono che sarà alla portata di tutti e fuori dai “ soliti e gelidi schemi “ della contrattazione nell’ acquisto e vendita di un opera ma bensì anche per sviluppare un punto d’ incontro teso a favorire sinceri scambi di pensiero per chi vuole alimentare il fuoco dell’ intelletto e coltivare l’ amicizia nel campo dell’ Arte.

Negli ultimi anni abbiamo assistito a un exploit della produzione di immagini fotografiche con particolari connotazioni artistiche tali da introdursi nel mercato del collezionismo. Immagini realizzate non solo da grandi autori, ma anche da giovani emergenti che sono ormai presenti nelle principali rassegne d’arte e fotografia di tutto il mondo.

Immagini d’arte che sono purtroppo sul mercato con quotazioni accessibili solo a un target ristretto.
Il primo mercato della fotografia a Napoli in cui si potranno incontrare faccia a faccia gli autori delle opere ed acquistarle direttamente da loro a costi accessibili.
Photo Art Market si propone di essere un appuntamento fisso che si terrà in una domenica di ogni mese in spazi originali ed accoglienti e che saranno via via segnalati dall’organizzazione tramite newsletter.
Il Photo Art Market sarà abbinato ad altri eventi artistico-culturali (presentazione libri, musica, teatro, degustazioni…) per creare un’occasione di svago anche per turisti e viaggiatori.
Pionieri della prima edizione dell’iniziativa saranno: Carlo Porrini, Dario del Giudice, Fabio Fant, Federica Di Lorenzo, Francesca Sciarra, Guido Villani, Klaus Bunker, Lino Rusciano, Marco Maraviglia, Mauro Cangemi, Monica Memoli, Raffaele De Santis, Salvatore De Rosa, Vito Lisi.

 

Per maggiori informazioni: La Maison du Tango, 89 – P.zza Dante, 89 – Napoli

16 dicembre ore: 9.30-19.00

Ingresso libero (previa registrazione in loco)

http://www.photopolisnapoli.org/

La visione insolita e immutabile della fotografia aerea.

Per quanto oramai ci siamo sempre più abituati l’ insolita visione della fotografia aerea ancora oggi ci regala un punto di vista, poetico, colorato, sensibile e pure dettagliato in cui la prospettiva differente obbliga l’ Uomo a salire in cielo per ammirare, capire quello che il Pianeta Terra talvolta ci nasconde oppure ci confonde rompendo così momentaneamente la forza di gravità.

Da sempre pioniere della libertà, soldato del genio, avventuriero della scoperta con il volo il genere umano ha cominciato a realizzare questo sogno solamente nel XX secolo fino ad arrivare a creare un mezzo di comunicazione indispensabile per tutte le società nell’ era moderna, il quale oltre gl’ enormi interessi economici ha però portato costi alti in termine di sforzi e di vite umane.

Non solo lo sviluppo è avvenuto a livello scientifico e commerciale ma anche per scopi militari, di spionaggio. di morte e di devastazione. La seconda guerra mondiale con il tragico finale dei lanci delle bombe atomiche sulle città giapponesi è sicuramente l’ esempio più manifesto e allo stesso tempo ignominioso della storia dell’ aviazione.

La fotografia aerea non è soltanto un inestimabile documentazione ma ha anche riflessi culturali, didattici e di studio scientifico come la geologia e la cartografia. Tuttavia il linguaggio delle forme ne esalta la forza trasfigurante nell’ originalità e nell’ espressività artistica.

Molti critici d’ Arte sostengono che la fotografia di paesaggio abbia spesso ricalcato gl’ insegnamenti e gl’ orientamenti della pittura mentre in epoche recenti è successo il contrario traendo in taluni casi l’ ispirazione dei valori e dei cromatismi astratti, i sensi fantastici, materici e compositi dalle immagini scattate da un aereo, le quali tra le tante virtù hanno sicuramente un grado di elevata autenticità.

Per l’ ampia gamma di soluzioni diversi fotografi ne hanno fatto uno stile di vita, un cavallo di battaglia, un intrinseco desiderio della visione onirica assieme alla passione di volare producendo moltissimi libri e diventando anche abbastanza noti nel panorama internazionale.
Basta ricordare due nomi eccellenti: Yann Arthus-Bertrand e Georg Gerster.

E non esiste interprete della fotografia che abbia scattato alcune immagini dal cielo per puro divertimento o curiosità per poi intraprendere percorsi professionali maggiormente complessi, creativi e idonei alla propria personalità come la moda, i ritrattisti e lo still life.

FOTO AEREA Namibia 1997 Laguna di Walwis Bay

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Un ricordo.

Nel Marzo del 2003 e poi replicato anche nel 2004 feci questi seminari all’ ADFF ( Accademia di Fotografia a Firenze ) per gli studenti del Master.
Incontri che erano comunque aperti anche al pubblico non dell’ Accademia e ambedue ebbero un discreto riscontro e apprezzamento.
Tra gli allievi del Triennale vi era anche un ragazzo, di nome Giacomo, appassionato ed entusiasta della fotografia che poi come tanti ha scelto con gl’ anni un altro percorso lavorativo sia per necessità che per altro, fermo però restando che la comunicazione visiva e l’ Arte in genere rimanevano uno dei suoi principali interessi.

A metà settembre di quest’ anno casualmente e siccome Firenze non è una metropoli come Londra e quindi non è rarissimo incontrare qualcuno di periodi passati ho saputo che se ne era andato in età prematura.

Ciao Giacomo.
____________________Comunicati stampa seminario ADFF

Gli amanti piccanti di Daniele Duca passando dai peperoni di Weston.

DEL DucaAmanti Piccanti – Fotografie di Daniele Duca

AIM – Alinari Image Museum

Trieste, dal 29 agosto al 23 settembre 2018

Bastione Fiorito del Castello di San Giusto

Piazza della Cattedrale 3 Trieste

Apertura mostra: mercoledì 29 agosto

Inaugurazione con l’autore su invito: sabato 1° settembre alle ore 17,30

A Trieste dal 29 agosto al 23 settembre 2018, AIM – Alinari Image Museum presenta la mostra fotografica Amanti piccanti. Fotografie di Daniele Duca, promossa da Fratelli Alinari. Fondazione per la Storia della Fotografia, a cura di Enzo Carli.

Nella sala temporanea di AIM – Alinari Image Museum al Bastione Fiorito del Castello di San Giusto

Catalogo : Edizione Alinari, Euro 45,00. Prezzo speciale in mostra 38,00 euro.

Dai peperoni di Weston ai peperoni di Daniele Duca

 

Frutta, legumi ed ortaggi hanno da sempre avuto l’onore di una posa fotografica, iniziando con i dagherrotipi.

Nel corso dell’Ottocento questi importanti cibi, indispensabili risorse per l’uomo, sono stati fotografati in forma soprattutto di documentazione ed illustrazione, con splendide carte salate, quindi albumine, fino ai primi autocromi degli inizi del Novecento.

Questi ortaggi cominciano a diventare oggetto di indagine fotografica sperimentale ed artistica intorno agli anni 20 del XX secolo, con le splendide fotografie di Albert Renger-Patzsch e ritroviamo negli anni 30 i peperoni di Weston, incuriosito, forse, dalle strepitose forme naturali dei medesimi, che apparivano lette dall’obbiettivo in una forma specifica, come straordinarie composizioni surrealiste un po’ metafisiche.

Da qui inizia l’avventura del peperone nell’immagine fotografica che, ripercorrendo vari decenni, arriva alle straordinarie composizioni di Daniele Duca. Una grande sfida per un grande ortaggio, inconfondibile nel suo mondo.

Daniele Duca è nato ad Ancona nel 1967.

Da oltre trent’anni si occupa di fotografia e di pubblicità.

È alla sua sesta monografia per Alinari, dopo Estensione (2008), Moto Contrario (2011), Proximity (2012), Pasta – the photographic elegance of De Cecco’s pasta shapes (2015) e Mi ricordo che (2016).

Nel 2003 vince il primo premio alla 22a Biennale Internazionale dell’Umorismo nella sezione Advertising.

Nel 2008 la Galleria Luigi Ghirri di Caltagirone ha inserito 12 sue opere nella propria Collezione.

Nel 2010 ha ricevuto il premio internazionale “I Marchigiani dell’anno” per la sua opera fotografica.

È giornalista, accademico dei Georgofili e padre di due figli.

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Del Duca 2

Cerimonia di Potocari, un testimone scomodo e misure di sicurezza rafforzate.

Non ci sono particolari novità al momento se si esclude che un importante testimone ha lasciato il processo, tuttora in corso, in un tribunale di Belgrado di ex-poliziotti serbi accusati del massacro dei bosniaci a Srebrenica.

Il teste ha ricevuto pesanti minacce nonostante la sua identità fosse protetta.

Inoltre,  saranno rafforzate le misure di sicurezza della polizia Bosniaca in tutta la regione di Vlasenica onde evitare i fatti accaduti nel 2015 dove i pullman furono presi a sassate e vennero lanciate bottiglie contro il Premier serbo alimentando così un evidente principio di rissa concluso con alcuni fermi.

Pertanto, se non ci saranno questi problemi la cerimonia di domani dovrebbe risultare uguale agl’ altri anni.

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Qui sotto il mio racconto del giorno di Sebrenica del 11 Luglio 2011.

Il testo è parte di un capitolo del libro ” Personal observations ” di Gianluca Fiesoli.
La presentazione è a questo link:

https://www.youtube.com/watch?v=W2pgSbaffJ0&feature=youtu.be

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Srebrenica, la gente durante la cerimonia, Bosnia, 2011 copia

Srebrenica – Potocari, Bosnia Erzegovina, 11 Luglio 2011.

Sedici anni non bastano per alleviare il dolore. Nel giorno della commemorazione la Bosnia Erzegovina si stringe intorno ad altre 613 vittime che sono state pietosamente ricomposte e riconosciute tramite la scienza e i test del Dna. Un lavoro complesso eseguito da antropologi forensi e che continua senza un attimo di sosta, con pochi mezzi a disposizione e senza sapere quando finirà.

Suljic Hazan Nedzad era nato nel 1975. E’ stato assassinato a soli venti anni ed è uno dei più giovani di questi ultimi ritrovamenti. La lapide con la mezzaluna porta la numero 451. Oggi sarebbe stato un adulto con una famiglia e un onesto lavoro. La madre siede mestamente davanti alla fossa in attesa che venga sotterrato.

Il suo viso è segnato da profonde rughe e dalla sofferenza che contrastano su un candido fazzoletto color crema il quale le raccoglie i capelli bianchi. In quella che fu un aberrante strage ha perso pure il marito che venne trucidato con una raffica di mitra in un magazzino della borgata di Kravica dopo che aveva tentato di scappare attraverso i boschi. Lei assieme ad altri sfollati dei villaggi circostanti fu trasferita nella zona libera di Tuzla.

Alla fine dell’ anno scorso l’ Istituto Nazionale delle Persone Scomparse le ha comunicato che avevano ritrovato i resti dell’ unico figlio che aveva. Con voce interrotta da un pianto convulso, nelle frasi che mi vengono tradotte dall’ inviato del quotidiano Oslobodenje di Sarajevo, la donna ci racconta che il ragazzo fu preso durante un rastrellamento dei militanti serbi quando erano appena entrati nel centro abitato.

Da allora non ha saputo più niente, ma in tutto questo tempo nonostante la realtà fosse così evidente e tragica si è sempre illusa di riaverlo vivo. Conclude dicendoci che non conosce neppure la dinamica dell’ omicidio e che è possibile soltanto fare delle ipotesi. Fucilato, torturato, sgozzato con un coltello oppure ucciso in ginocchio con un vigliacco colpo di pistola alla nuca. Probabilmente resterà per sempre un atroce mistero.

Neanche il recente ma tardivo arresto dell’ ex Comandante militare Ratko Mladic, il boia dei Balcani, cancella la disperazione e il rancore che questo popolo si porta addosso. Proprio oggi le vedove di Srebrenica hanno usato toni duri e perentori contro quelli lo hanno preso.
Sostengono che da tempo il governo serbo era perfettamente a conoscenza del luogo in cui Mladic si nascondeva e guarda caso la cattura è avvenuta nei giorni della visita a Belgrado di Catherine Aston, l’ Alto Rappresentante per gli Affari Esteri dell’ Unione Europea.

Le donne bosniache chiedono risarcimenti per le vite distrutte. Però, dopo oltre tre lustri sono ancora più di un migliaio i casi pendenti. Sebbene alcuni progressi siano stati fatti per tutelare i diritti umani, il piano di recupero fondi destinato alle famiglie degli scomparsi non è stato pienamente attuato e quindi le controversie rimangono insabbiate nella burocrazia.

E’ una giornata toccante, pregna di tristezza. La ricorrenza del genocidio assume una dimensione e un valore simbolico molto profondo. E’ inammissibile restare insensibili di fronte a queste scene, ma purtroppo nei prossimi anni il numero dei morti accertati salirà ancora.

Molte bare saranno tumulate nuovamente perchè ulteriori fosse comuni secondarie sono state individuate tra le montagne e andranno ad aggiungersi alle migliaia di vittime che riposano dal 2003 nel memoriale di Potocari.

Sembra non finire mai il massacro di Srebrenica anche se nella regione c’ è un processo di stabilizzazione e in futuro la prospettiva di aderire nell’ Europa che conta. Resta però il fatto che tuttora vige una situazione temporale ma con le amministrative dell’ autunno 2012 molte cose sul piano legislativo potrebbero mutare poiché non sarà concesso lo statuto speciale e avranno diritto a votare soltanto gl’ effettivi residenti.

Tuttavia l’ annullamento dei valori, le metamorfosi politiche, la perdita dell’ identità culturale, la mancanza di opportunità lavorative e la scarsa volontà di ottemperare collaborazioni tra serbi e bosniaci hanno portato la piccola città alla decadenza.

Ovunque è tangibile un senso di vuoto e di afflizione. Volti diffidenti che celano un fondo oscuro mentre le nuove generazioni quando possono si trasferiscono altrove. Attualmente a Srebrenica vivono circa novemila persone che con il deserto dentro l’ anima restano attaccati alla loro terra e al passato.

Lo sterminio del 1995 è un capitolo così riprovevole che l’ Uomo ha saputo creare con l’ odio e l’ ostilità, armandosi di pesante artiglieria, granate e bombe, fino a mettere in atto una pulizia etnica con lo scopo di sopprimere qualsiasi avversario. Un annientamento che ha una lampante similarità con la pazzia del nazionalsocialismo.

Nonostante ciò in Serbia ancora adesso ci sono rigurgiti di negazionismo dovuti all’ importante sostegno della popolazione verso i partiti più radicali che nell’ elezioni politiche del 2007 ha visto registrare un consenso di quasi un terzo degli elettori.

La strada della riconciliazione è ancora lunga e il Parlamento di Belgrado soltanto quindici anni dopo la fine dei combattimenti ha chiesto ufficialmente scusa alle famiglie delle vittime, qualificando Srebrenica come un “ crimine di guerra “ e non come genocidio, rivendicando però che esistono anche dei delitti subiti dal popolo serbo. La dichiarazione è stata raggiunta dopo quasi tredici ore di acceso dibattito e risolta con una risicata approvazione grazie al voto dei democratici e socialisti.

Dopo quattro anni di lotta armata che coinvolse buona parte dei Balcani occidentali e causò quasi centomila morti con seicentomila profughi, gli episodi di Srebrenica furono decisivi per la svolta finale della guerra.
La Storia è nota ma presenta ancora delle zone d’ ombra ed è per questo che ci deve essere di grande insegnamento senza scordare i diversi doveri dei paesi, il supporto spirituale della Chiesa ortodossa serba improntato al revanscismo e del ruolo che l’ Onu ebbe in tutta la vicenda.

I caschi blu delle compagnie Dutchbat guidati dal colonnello Thom Karremans assistettero impotenti e non intervennerro. Circostanze poco chiare avvennero in quei giorni fino al punto che la fanteria arrivò a stabilire rapporti molto amichevoli con i paramilitari serbi agli ordini di Ratko Mladic, un generale lucido e spietato che era diventato il braccio destro di Radovan Karadzic.

Una festa a base di birra, allegria e scambio di regali prima di abbandonare la base al suo destino e che cominciasse il mattatoio. Tuttora restano gl’ interrogativi del perchè i soldati Onu furono lasciati senza un adeguata copertura aerea sebbene ci fossero stati diversi contatti con il comando operativo di Tuzla.

All’ inizio di luglio del 2011 la sentenza di un Tribunale della Corte di Appello di Amsterdam e che ha ribaltato la precedente del 2008, ha condannato lo stato olandese a risarcire alcuni mussulmani senza però specificarne un preciso indennizzo.

Un verdetto sicuramente esemplare e per certi versi “ storico e coraggioso “, il quale ha reiterato la corresponsabilità di quella che doveva essere una missione a protezione dell’ enclave e sancisce la fine dell’ immunità, del garantismo e i privilegi che da sempre hanno avuto i Peacekeeper.

Se verrà confermata in via definitiva nel terzo grado di giudizio potrebbe aprirsi la prospettiva di intentare altre vertenze civili ma molte sono le perplessità che tuttociò possa succedere.
E’ comunque una decisione utile a comprendere che nelle guerre sotto l’ egida di un organizzazione che dovrebbe cercare di mantenere la pace con la naturale equanimità, invece si nascondono interessi, finzioni, egoismi e tanto cinismo.

Dopo la fine del processo ancora una volta una volta si è riproposto il dibattito sull’ utilità e l’ efficenza delle Nazioni Unite nelle direttive e nei compiti che svolge. Per antinomia è una struttura che utilizza organici militari di altre nazioni e talora durante le operazioni è in disaccordo con i centri di potere politici.

Dignità ed esternazioni misericordiose squarciano il cielo durante la Salatul Janazah, la preghiera collettiva prima della sepoltura e che chiede la grazia dei defunti ad Allah.
Le Madri di Srebrenica non vestono in luttuoso nero ma continuano a versare copiose lacrime sulle verdi bare dei congiunti.

Il verde è il colore della speranza, della giovinezza, della Natura mentre per l’ Islam è il Paradiso nell’ ultimo viaggio e che consentirà allo spirito di evolversi.

Trentamila, forse quarantamila persone sono arrivate fin qui da ogni parte del mondo per non dimenticare e per continuare a volere giustizia e verità.

Tante bandiere e una Marcia della Pace che è partita due giorni prima dal villaggio di Nezuk ed ha ripercorso i luoghi della strage.

Sotto un torrido sole che sfiora i quaranta gradi non mancano gli svenimenti degl’ anziani intanto che fin dalle prime luci dell’ alba un’ imponente schieramento di poliziotti ha vigilato sulla sicurezza.

Il rumore di un interminabile fila di automobili ha infranto la quiete e i silenzi di questa rigogliosa valle, nella quale niente sarà più come prima.

Gianluca Fiesoli.