Led Zeppelin, ma la canzone non sarà più la stessa.

James Patrick Page si rompe un dito e la data della grande reunion è stata spostata al 10 Dicembre ma il celebre chitarrista ha dichiarato alle tv internazionali che non ci saranno problemi e preannuncia che sarà in grande forma. Per un ex fan come me di una giovinezza trascorsa ad ascoltare il rock per poi passare a cose più consistenti, vedere J. Page visibilmente ingrassato e con i capelli argentei fa un certo effetto, colui che era simbolo di energia su di  un corpo longilineo e perdeva tre chili ad ogni performance. Ma lo scorrere degl’ anni è inevitabile e porta quindi un po’ di malinconia.

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Troverai, mi hanno sempre detto troverai……. è uscito ” Giannabest “.

Cercherò, mi sono sempre detta cercherò…..

Troverai, mi hanno sempre detto troverai…

Per oggi sto con me e mi basto, nessuno mi vede

E allora accarezzo la mia solitudine

Ed ognuno il suo corpo non sa cosa chiedere…….chiedere…..chiedere……chiedere….

Fammi sognare, Lei si morde la bocca e si sente l’ America

Fammi volare, Lui allunga la mano e si tocca l’ America

Fammi l’ Amore, forte sempre più forte come fosse l’ America

Fammi l’ Amore, forte sempre più forte ed Io sono l’ America

Cercherai, mi hanno sempre detto cercherai…

E troverò, ora che ti accarezzo, troverò,

Ma quanta fantasia ci vuole per sentirsi in due.

Quando ognuno è per sempre con la sua solitudine

E regala il suo corpo quando non sa cosa chiedere……chiedere……chiedere…..

Fammi volare, Lei le mani sui fianchi come fosse l’ America,

Fammi sognare, Lui che scende e che sale e si sente l’ America,

Fammi l’ Amore, Lei che pensa ad un altro e si perde l’ America

Fammi l’ Amore, forte sempre più forte ed io sono l’ America.

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Un salto a ritroso nel tempo, un makeup in chiave moderna con l’ aggiunta di tre inediti.

Si presenta così in questi giorni in tuttii music – store, il nuovo doppio album di Gianna Nannini – ” GiannaBest ” – dalla confezione curata con foto in bianco e nero che si contrappongono all’ effetto neon opaco e associate ad una grafica raffinata.

I due CD hanno il compito di rivisitare e celebrare una carriera che l’ ha annoverata tra le cantanti più amate nel Belpaese e che la rende nota non solo tra i giovanissimi ma anche tra gl’ adulti.

Ventinove brani, etichetta Polydor, assemblato dai mixer dei Metropolis Studios di Londra, con i cavalli di battaglia degl’ esordi in stile rocker nostrano, come lo straordinario ” riff ” di America, che la fece conoscere al grande pubblico e che accellerò in maniera repentina la sua corsa verso il successo.

Per poi proseguire con Latin Lover, Bello e Impossibile, I maschi, il ” grido ” di – Scandalo -, Profumo, Ragazzo dell’ Europa, Fotoromanza, canzoni dove l’ artista si confronta con l’ Uomo, le tematiche dell’ Amore, innamorata di un ragazzo con il Cuore fuoristrada, in modo sognante, suadente, diretto e talvolta con un velo di malinconia tra le sue parole.

Ma la cantante toscana ci regala e non dimentica nella selezione delle atmosfere più softcome ” Sei nell’ anima “. Invece ” Pazienza ” è un crocevia su di un basamento musicale pregno di romanticismo in stile ballata ” made in Italy “, nella quale pianoforte e violini accompagnano una voce non più marcata ma bensì calda, intrisa di femminilità e che precede ” California ” che si distingue per un interminabile improvvisazionechitarristica mentre la ” Meravigliosa creatura ” è stranamente inserita con due varianti.

La classica, che ha fatto la fortuna di uno spot della Fiat Auto ma che è stata eseguita anche ai funerali del giovane laziale ucciso da un poliziotto domenica scorsa davanti ad un autogrill, mentre la seconda viene altalenata con ritmi e sfaccettature “rock – dance ” rendendola quasi irriconoscibile dall’ originale a ribadire che la Nannini riesce, quando vuole, ad esprimere le più stravaganti interpretazioni.

” Mosca cieca ” estrapola l’ ispirazione da una strofa di ” Diario russo “, della giornalista AnnaPolitkovskaia, morta recentemente, affrontando le sensazioni di una intrinsecapaura per chi vive nel pericolo in un paese, il quale nonostante la caduta del comunismo non concede la totale libertà di raccontare le proprie opinioni e soprattutto le Verità.

Un palese accenno all’ intreccio di mafia locale con un altrettanto Governo ambiguo.

” Dolente Pia ” è una scheggia di quella che la Nannini definisce un opera in pieno sviluppo dichiarando alla conferenza stampa del disco che altri pezzi di essa sono in cantiere.

Il tour primaverile attraverserà tutto lo stivale. Si parte dalla Sicilia in quel di Palermo la sera del sette di marzo 2008 per poi proseguire nei maggiori capoluoghi.

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Un Bob Dylan inedito

Viene considerata una " chicca " per i collezionisti, sia per il periodo che per il contesto musicale e storico. In questi giorni sta uscendo sul mercato internazionale un Dvd – " The other side of the Mirror " sui Festival di Newport tra il 1963 e il 1965 in cui sono state registrate le performance di Bob Dylan. La kermesse che proprio in quegl’anni aprì alla musica pop, poiché era sempre stato un festival esclusivamente jazzistico, ma soprattutto è stato il momento cruciale del tanto discusso passaggio del Menestrello americano dalla musica acustica a quella elettrica. La registrazione non è mai apparsa sul mercato legale e quindi sono considerati quasi tutti inediti. Secondo gli esperti e i critici che l’ hanno ascoltata sarebbe di ottima fattura.

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Dylan e Amleto, un interessante articolo.


Qui sotto riporto un interessante articolo sull’ Unità di oggi a firma del giornalista Roberto Brunelli.
Questo è il link di riferimento.
http://www.unita.it/view.asp?IDcontent=64477
L’ossessione e la furia, Dylan-Amleto torna trent’anni dopo.

Di Roberto Brunelli ? L’ Unità 20 Marzo 2007.

Bob Dylan era Amleto. Forse lo è ancora, ma sicuramente pensava di esserlo intorno al rabbioso 1965 in cui l’America stava cambiando pelle. Era lui quel «principe Amleto dell’esagramma» che compariva nell’ultimo capitolo di Tarantula, il «libro segreto», il libro misterioso, incomprensibile, profetico, avanguardista o del tutto farneticante (dipende dai punti di vista, ovvio) che l’uomo di Blowing in the wind aveva scritto e poi nascosto fino al 1971, per poi tenerlo di nuovo nascosto per svariati decenni, prima di riprendere la penna in mano e scrivere la sua strana ma fascinosa autobiografia, Chronicles volume 1 (uscita nel 2005). L’aveva nascosto perché certo era una cosa complicata essere Amleto, forse un po’ anche Shakespeare, e al tempo stesso William Burroughs, T.S. Eliot, Allen Ginsberg, un pizzico di James Joyce, magari tuffandosi in un fiume «talking blues» con venature voodoo…

Il fatto è che Tarantula – che il 22 marzo ritorna nelle librerie italiane per Feltrinelli con una nuova traduzione di Andrea d’Anna (pp. 348, euro 10,00) – è soprattutto una lunga «sinfonia per voce sola», un tentativo di mettere in prosa/poesia quella stessa elettricità che l’ex «menestrello» stava in quegli stessi mesi scaricando sulla tradizione del folk, conferendo alla musica del mutante paese post-kennediano una mitologia sonora e delle coscienze che fino ad allora gli era ignota.

Prosa elegiaca, che alla sua prima uscita (se si esclude qualche migliaio di copie che in un primo momento circolarono negli ambienti underground in edizione pirata) suscitò prevalentemente incomprensione se non, addirittura, imbarazzo, visto che facilmente poteva essere scambiata per qualcosa come uno stream of consciousness: un fiume anarcoide di parole libertarie, in sostanza. In realtà era «una deliberata sfida alla lingua scritta», come scrive Alessandro Carrera, che non solo è professore di letteratura italiana e comparata alla University of Houston, ma soprattutto è uno dei più insigni studiosi dylaniani, traduttore «ufficiale» delle sue canzoni, della sua autobiografia nonché, oggi, insieme a Santo Pettinato, di questa nuova edizione (quella del ’72 era targata Mondadori) di Tarantula. Che «è il tentativo di portare la scrittura fino ai limiti estremi dell’ambiguità fonetica e di senso… Chiede di esser letto ad alta voce, impone al lettore di trasformarsi in esecutore, vuole trasmettere la stessa meraviglia da apprendista stregone provata dal suo autore nei confronti delle possibilità nascoste della lingua», come sostiene Carrera in un articolo per la rivista Poesia, che ne ha anticipato alcuni brani.

Scriveva tra il ’65 e il ’66, Dylan. Ossia nel periodo più discusso e tormentato della sua vita e della sua arte: gli anni di Like a Rolling Stone, del famigerato passaggio dal folk al rock elettrico, delle grida «Giuda!» rivoltegli dai «puristi», i frenetici mesi di Blonde on Blonde e di versi come «the ghost of electricity howls in the bones of her face» (il fantasma dell’elettricità urla nelle ossa della faccia di lei), versi che facevano andare in brodo di giuggiole «le migliori menti di una generazione» (per dirla con Ginsberg) che correvano intorno al vulcano in eruzione che era il rock’n’roll. Un periodo vorticoso che terminò con un incidente di motocicletta che «probabilmente mi salvò la vita», come disse lo stesso Dylan. Il quale, in effetti, era arrivato di corsa in cima alla onda più alta e paurosa di quella «tempesta perfetta» che furono gli anni sessanta, una rivoluzione culturale che stava modificando la nozione che il mondo occidentale aveva di se stesso.
Non a caso i fantasmi di Tarantula sono gli stessi delle canzoni di quel periodo: la violenza ed il paradosso, il sesso fra estasi e ossessione (pare che la Tarantula del titolo altro non sia che il sesso femminile), soprattutto «lo sguardo disincantato di chi stando ai margini della società non ha niente da perdere» (ancora Carrera), il Vietnam.
Passaggi quasi danteschi, in Tarantula, visioni infernali che pure lampeggiavano dalle televisioni degli anni sessanta di quell’America che per l’ennesima volta (certo non per l’ultima) «aveva perso l’innocenza»: «Un giorno stavo cantando in una foresta e qualcuno disse che erano le tre. Quella sera mentre leggevo il giornale vidi che un casamento era stato dato alle fiamme e che tre pompieri e diciannove persone avevano perso la vita». E quanto fosse febbrile, il ragazzo chiamato Dylan, lo racconta una giovane Joan Baez ad Anthony Scaduto, nella prima leggendaria biografia del cantautore. «Scriveva come una mitragliatrice. Rimaneva accovacciato per delle ore con le ginocchia che gli andavano avanti e indietro e facevano “tung, tung, tung”. Se ne stava tutto il giorno nel suo angolino a fumare e bere vino. C’era un solo modo per farlo mangiare: gli leggevo da dietro le spalle e masticavo… allora lui subito si metteva a spiluzzicare nel mio piatto. Ero costretta a cucinare solo roba che si potesse spiluzzicare facilmente».

Benché febbricitante e oracolare, Tarantula è molto più strutturato di quel che si potrebbe pensare. Quarantasette piccoli capitoli in due sezioni ciascuno, di cui la seconda scritta in forma di un’epistola in versi liberi. «Grammatica, ortografia, sintassi e punteggiatura vengono sottoposte a una torsione continua e a permutazioni di senso che spesso spingono il testo sulla soglia dell’indecifrabile, nonché dell’intraducibile», annota un desolato ma coraggiosissimo Carrera. A parte la storia dei tre nomi-chiave che ricorrono nel libro («Aretha», derivato dalla regina del soul Aretha Franklin, ma anche quasi anagramma di heart, cuore, e di earth, cioè terra, e secondo Carrera musa angelica delle arti e della passione; «Maria», nome latino e sinomino di evasione esistenziale e/o sessuale, spirito terreno; «Lenny», come il comico iconoclasta Lenny Bruce, ossia il «fool» rivelatore di verità nascoste nella sua autodistruttività creativa), probabilmente la chiave vera per entrare in Tarantula è la capacità di intenderlo per quello che è: e cioé un «libro orale», un mouthbook sotto forma di incursione letteraria nei paesaggi biblici già ricorrenti in Dylan, un libro – e questo lo dice Dylan medesimo – «fatto di parole» e dove non accade nient’altro se non «le parole».

Parole che mettono in scena il labirinto altamente teatrale dell’universo-Dylan, una specie di celebrazione in cui il personaggio Dylan-Amleto e l’autore Dylan-Shakespeare s’incontrano e s’incrociano: «Qui giace bob dylan / assassinato / alle spalle / da carne tremolante / che dopo essere stata rifiutata da Lazzaro / gli saltò addosso per la solitudine / ma si stupì nello scoprire / che lui era già / un tram e / questa è stata appunto la fine / di bob dylan». Per la verità, Lazzaro gli fu amico, visto che – dice la leggenda – dopo il famoso incidente di moto, Dylan «risorse» e visse per sempre: proprio come quel principe di Danimarca con il teschio di Yorick in mano.

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Torna Neil Young…….. contro le armi e le menzogne……


Vivere con la guerra – Living with War – sarà il nuovo titolo dell’ultimo album di Neil Young, a pochi mesi dal precedente, nei negozi all fine di maggio.
Le tematiche sono attuali e di grande spessore, mentre intanto esce in anteprima il brano con sfumature rap ” Let’s impeach the President for living – che chiede di mettere sotto accusa il Presidente degli Stati Uniti poichè mente sullo stato delle cose……
Neil Young non è nuovo a questo genere argomentazioni, anche in passato ha trattato con molta durezza la guerra e i suoi orrendi crimini.

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Riferimenti: Neil Young.

Stones, prima volta in Cina.

Prima volta in Cina dei Rolling Stones che hanno aperto il concerto a Shangai con Start me Up di fronte a qualche migliaio di spettatori. Gia precedentemente la band aveva tentato di suonare nell’immenso paese asiatico, ma le trattative non erano mai arrivate alla conclusione.

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” Qui non arrivano gli angeli “.


Esce mercoledì 16 Novembre in tutte le librerie italiane il libro di Massimo Cotto, ? Qui non arrivano gl?angeli ?.
Il noto giornalista, scrittore, ex direttore artistico di RadioUno e Rockstar, ripercorre una serie di interviste definite conversazioni amichevoli al rocker di Zocca nel corso degl?anni.
Molto intimiste, un viaggio nel mondo di Vasco Rossi, amplificando le sue emozioni e i suoi pensieri più nascosti sulla vita, la giovinezza passata, la morte, il successo e qualche amarezza esistenziale.
Edito da Alberti Editore di Reggio Emilia è un anticipazione del doppio cd ? Live 2004-2005 ? estratto dai concerti travolgenti del tour ? Buoni e cattivi ? in uscita sul mercato i primi di Dicembre.
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Foto: Vasco Rossi, Italia, ? Fiesoli ©.

Riferimenti: Libro di Vasco Rossi.

The Boss, 30 anni dopo Born To Run.


Sarà nei negozi a metà Novembre il cofanetto celebrativo dei 30 anni di Born To Run ed includerà un filmato di un concerto di Bruce Springsteen all’Hammersmith di Londra, datato metà anni Settanta e considerato dagl’esperti il più vecchio in circolazione di quelli ufficiali.
In allegato alla confezione si troverà anche un documentario inedito dedicato alla nascita dell’album.
Nati per correre – Born to run -, è da sempre il disco più bello della parabola springsteniana. Uscito nell’estate del 1975, la prima edizione americana sfondò qualsiasi tetto di vendita e di classifica, ed è certamente l’opera della svolta che porterà al successo planetario questo musicista della Costa Atlantica. Scritto in poche settimane, di getto, come spesso avviene per le cose d’incredibile interpretazione, Born to run è stato influenzato dalla mano di John Landau, il produttore – amico che riuscì a convincere la Cbs/Columbia Records a ” consacrare ” il rocker per una cifra che allora si aggirava per alcune decine di migliaia di dollari. La casa discografica in realtà rimandò l’uscita per alcune rifiniture che diventarono più lunghe del previsto, ma la scrittura dei testi e anche gli arrangiamenti primari si erano svolti in tempi molto brevi.
Il terzo 33 giri di Bruce Springsteen si differenzia notevolmente dai due precedenti, anche se aveva già inciso canzoni importanti, come New York City Serenade, Rosalita e Spirit in the Night.
Born to run è un prodotto artistico forse unico nel suo genere, un LP di un impatto violento che entra di prepotenza nel cuore e nell’anima di milioni di giovani americani e che nonostante il passare degl’anni non è mai diventato anacronistico. Note dure ma incredibilmente di feeling.
A supporto il consueto gruppo di musicisti mix e cioè bianchi e neri,
la E – Street Band che darà il meglio di sè nella lunga e tormentata collaborazione con il Boss, dove spicca una sezione di fiati in cui predomina il torrenziale sax tenore di Clarence Clemons e un possente background vocals, i quali s’intrecciano a meraviglia con le venature del piano e delle tastiere Hammond.
I testi non sono di elevato spessore culturale, d’altra parte Springsteen non ha mai avuto delle grandissime qualità in tal senso: sono tutte storie in ” difesa ” di un mondo che lo ha in parte cresciuto e che cerca di rappresentare in quel momento. Un ambiente di vagabondi che corrono su ruote e motori cromati e che imperversano sui nastri d’asfalto periferici. Talvolta malavita, sogni e amori distrutti, giacche di pelle nera, auto tirate a lucido dove si consuma allo stesso tempo una solitudine e una selvaggia ribellione che è propriamente americana, il tutto collocato su uno sfondo pregno di idealismo. Ma non è un disco ” politico e amorale ” e quella Jungleland che chiude il vinile, ha un tale coinvolgimento emotivo che forse il cantautore non raggiungerà mai più in nessuna altra ballads.
Born to run resta il più indovinato insieme di composizioni del Boss, prima di un lento ma inesorabile imborghesimento, anche se i suoi spettacoli sono rimasti abbastanza pieni d’energia. Solamente con Nebraska, diversi anni dopo e superata la parentesi ” romantica ” di The River, con il primo scioglimento della band, Springsteen riuscirà a ritrovare una dimensione più intimista e maggiormente esplorativa, suonando da solo e in modo cosidetto anomalo.
Un disco che alcuni critici musicali hanno definito il secondo cambiamento di direzione. E’ un lato nascosto del cantante in cui si manifestano chiaramente delle profonde riflessioni che soltanto l’allontanamento può far enunciare in parole.
Brani totalmente acustici, uno scarno folk, che descrivono un emarginazione che non è tipicamente giovanile, di moda o di strada, ma bensì che può capitare a chiunque, avversità della vita, come ad esempio perdere un lavoro e non ritrovarne altri a causa di una forte crisi economica.
Oppure lasciar scappare oltre confine un fratello dopo averlo inseguito, il quale ha appena commesso un omicidio e che non rivedrai mai più, essendoti rifiutato di arrestarlo, poichè il sentimento fraterno prevale sul dovere di poliziotto……( Highway patrolman )
Sono tutte vicende strettamente singolari, di uomini adulti e che possono cambiare l’esistenza da un momento all’altro. Nonostante il successo già acquisito da tempo, le discrete vendite commerciali, l’album non sarà mai compreso a fondo, ma che però resta una delle esposizioni più importanti che questo artista del New Jersey sia mai riuscito a fare insieme al capolavoro Born to run.

Gianluca Fiesoli.

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Riferimenti: Musica: il Boss 30 anni dopo Born to run.

” It’s only rock’n roll “


Hanno quasi tutti più di sessant’anni, ma non intendano smettere.
I loro visi sono pieni di rughe profonde, segni tangibili di una vita sgretolata, spesso al limite, ma se gli chiedi quale sarà il loro futuro, ti rispondono con una risata……naturalmente continueranno a suonare.
E’stato presentato a New York con la solita affollatissima conferenza stampa il nuovo tour mondiale e qualche anticipazione dell’uscita del nuovo disco delle ” pietre rotolanti “, i Rolling Stones.
Oltre trenta date tra States e Canada, che inizieranno da agosto dal Fenway Park di Boston per poi continuare con l’inizio del 2006, in Giappone, Messico, Brasile, Venezuela, Argentina e terminare in Europa nell’estate del prossimo anno. Il tour si chiamerà ” The Rolling Stones on stage “. Biglietti intorno ai cento dollari, mentre per più benestanti con quattrocento dollari potranno avere anche un posto sul palco. Una novità interessante…….
E’ possibile anche una unica data nel nostro paese, ma al momento non è confermata.
Nonostante il passare degl’anni, il cancro alla gola e una grave operazione del batterista Charlie Watts, gli Stones non hanno intenzione di abdicare e alla domanda se sarà l’ultimo tour, il funambolico Jagger risponde negativamente e sottolinea che il gruppo oltre che suonare rock’n roll non sà fare praticamente altro.
In contemporanea uscirà il nuovo album di inediti della band che dal lontano 1997 non scriveva un pezzo muscale.
Il cd è quasi pronto, mancano soltanto delle rifinuture e a detta di Keith Richards sarà pieno di energia e con sonorità nuove.

Riferimenti: " It’s only rock’n roll "

Gelato alla Crema.


Premetto di non aver visto lo show, ma conosco bene la band che all’epoca ebbe una breve, intensa, storica ed epica parabola che segnò visibilmente la musica pop. Ho avuto tutti i loro dischi e inoltre il leader l’ho visto in un concerto a Genova negl’anni ottanta da solo e devo dire nonostante i miei personali apprezzamenti al talento del musicista, non mi emozionò moltissimo. Allora era in piena carriera solistica mentre gl’altri due brancolavano nel buio….
Ha un sapore acre la ” reunion ” di quattro serate al mitico Royal Albert Hall di Londra, dove i Cream, eccellente band inglese degl’anni Sessanta, stà suonando in questi giorni. Sbirciando nei pochi articoli apparsi sui magazine, al di là del taglio obbligatorio e tendenzioso per la vendita, i giudizi non sono per niente meravigliosi.
C’era già stato un fucace precedente nel 1993 e anche allora i consensi della critica non furono buoni.
Gli standard e i brani classici sono sempre i soliti anche perchè gl’album pubblicati in originale, il gruppo non ne ha prodotti moltissimi.
Il concerto ingloba i cavalli di battaglia come White Room, Badge, Sunshine of yuor love, Spooful di Dixon che era una bellissimo e lungo blues, Rollin and tumbling di M. Waters, I’m so glad e per finire Toad che avrebbe dovuto esaltare le incredibili qualità virtuose alla batteria con il funambolico G. Baker. Ma l’assolo odierno è soltanto luce negl’occhi agli spettatori……
Purtroppo gli anni passano per tutti e di quella potenza di note, veloce nei riff e suadente nei medley, adesso forse si salva solo con E. Clapton, mentre Bruce, talentuoso bassista appare un pò statico e molto invecchiato. D’altronde anche una passione, una moda o un amore o altro che sia dopo oltre 30 anni non è più lo stessa……
Anche i suoni e la timbrica sono cambiati, malgrado che Clapton con una Stratocaster abbia tentato di reggere da solo la band.
Cream, un trio che non ha mai avuto degl’equivalenti, ma visto i prezzi alti dei biglietti, visto i retaggi influenti dal passato e che nella pop music non hanno mai soddisfatto tanto, visto le diverse epoche e un Mito un pò appassito in una musica che ha fatto anche il suo tempo, questo ritorno è considerato come un vero e proprio business per tirar su soldi con un imminente dvd in uscita e neanche a buon mercato.
Tuttociò e in specialmodo Mister Eric Clapton, in arte Slowhand ( Manolenta ), se lo poteva anche risparmiare…..credo proprio che Lui non ne avesse nessun bisogno….

Immagine: Cream, l’album d’addio, Goodbye. Tutti i diritti riservati ©.

Riferimenti: Gelato alla Crema