Milano: prossima chiusura per l’ A. P. Photo Italia.

Riceviamo e pubblichiamo la presente dall’ associazione lombarda dei giornalisti  per voce di Amedeo Vergani, considerato anche la delicatezza della questione e per dare risalto alle problematiche lavorative di una crisi  che non sembra avere mai fine.

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CHIUSURA IN VISTA

PER LA REDAZIONE DI MILANO

DI  “A.P. PHOTO ITALIA” 

Annunciato pure il licenziamento di un collega – Gli undici fotogiornalisti della filiale italiana dell’Associated Press pronti con una prima raffica di dieci giorni di sciopero anche perché il collega che i dirigenti americani vorrebbero eliminare è un rappresentante sindacale – L’ “AP Italia” è attualmente l’azienda editoriale del nostro Paese che occupa il maggior numero di fotoreporter assunti con contratto giornalistico.

    Chiusura in vista per la redazione milanese di “AP Italia Photo Communications”, la filiale italiana dell’agenzia Associated Press, colosso Usa dell’informazione a livello mondiale. I dirigenti americani dell’agenzia hanno infatti annunciato nei giorni scorsi di voler riorganizzare la presenza di AP nel nostro Paese concentrando a Roma la redazione e licenziando uno dei tre fotogiornalisti che compongono oggi lo staff milanese e che, tra l’altro, copre da svariati anni un ruolo molto attivo come rappresentante sindacale.

    Dopo l’annuncio dell’azienda, l’assemblea dei fotogiornalisti dell’ “AP Italia Photo” ha proclamato lo stato di agitazione mettendosi a disposizione per un primo “pacchetto” di dieci giorni di sciopero. L’aspetto che preoccupa maggiormente i colleghi è l’annunciato licenziamento di un fotoreporter ed il fatto che questa scelta, per giunta, sia caduta proprio su un collega che da svariati anni è impegnato sul fronte sindacale come membro del Comitato di redazione dell’agenzia.

    “AP Italia Photo” è attualmente la struttura giornalistica con il maggior numero di fotogiornalisti assunti con tutti i crismi previsti dal Contratto nazionale di lavoro giornalistico. I colleghi che ci lavorano sono undici, tutti giornalisti professionisti,  e in buona parte si alternano nella copertura, oltre che del ruolo di fotoreporter spesso inviati anche sui teatri dei principali avvenimenti internazionali , anche nelle varie mansioni di redattori fotografici. Nonostante la situazione di grave crisi economica che ha colpito l’AP a livello mondiale, la sua filiale italiana ha invece mantenuto i suoi bilanci in attivo.

   Giovedì scorso, dopo una nuova assemblea, i fotogiornalisti dell’AP hanno chiesto un ulteriore incontro con l’amministrazione e la presentazione di un piano di ristrutturazione chiaro e dettagliato . Tra i vari aspetti non ben definiti ci sono pure le modalità con le quali l’azienda intende continuare, dopo l’eventuale chiusura, a dare lavoro ai colleghi dell’attuale redazione di Milano.

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Billy Preston, il session man del pop ci ha lasciati.


Indubbiamente con la morte di Billy Preston se ne va un piccolo pezzo della musica pop, forse quella che era la più genuina prima di divenire un grande showbusiness e un esaltazione di divismo.
Proveniva dal gospel ed era la sua vera vocazione Lo aveva studiato e cantato fin da bambino per poi divenire un soul man, i quali venivano soprannominati  i negri sorridenti : Sammy Davis, Quincy Jones, Ray Charles e Aretha Franklin……

Resta memorabile la perfomance di Preston insieme a questi ultimi due in un concerto datato 1973 e che venne dato alle stampe sotto il nome di Live at Fillmore West in San Francisco.
Un disco di rivisitazione di standard come Respect di Otis Redding, Eleanor Rigby, Bridge over troubled water, Make it with you, completamente stravolti fino a renderli quasi irriconoscibili dagl?originali, con le acrobazie vocali della Regina del Soul e un Ray Charles in piena forma non ancora del tutto commercializzato e imborghesito. Ma Preston non ha avuto la loro stessa fortuna, anche se da single ha ottenuto diversi successi e un Grammy Awards.

Non è da dimenticare la melodiosa ” You are so beatiful ” che grazie alla strepitosa e roca voce di Joe Cocker riuscì a salire tutte le hit parade mondiali.

L’ ndole di questo musicista era quello di fare il session man di prestigio che gli consentiva di mettere a servizio il suo talento, i leggeri virtuosismi e lo dimostrano le tantissime e importanti collaborazioni che ha avuto nel corso della sua carriera, grazie a quella innata versatilità di saper arrangiare con più strumenti. Il vecchio Billy, va detto che non si è mai imposto completamente come autore e pianificatore della sua parabola artistica.
Di fatto era un pianista, precursore degl?organi Hammond o dei più brillanti Piano Fender, ma non disdegnava di cimentarsi con classe al clarinetto.

Negl’ anni sessanta e settanta le tastiere riuscivano a dare un sound più rythim and blues  ai bianchi europei o americani  e a quel filone della West Coast, ma sopratutto nel delicato passaggio di trasformazione dalla beat generation.
Il rythim and blues nero ha avuto il grande merito di esplicare con immediatezza l’ estrazione sociale da cui proveniva, cosa che il rock nonostante i successi planetari invece non è invece riuscito a fare.

Billy Preston fa parte di quella schiera di musicisti come Ian Stewart, oppure il bravissimo Nicky Hopkins, che fin dai tempi di Atfermath hanno collaborato con gli Stones, Eric Clapton, Bob Dylan e i grandi esecutori che hanno fatto la Storia del Pop, ma che dal lato puramente tecnico non hanno avuto una grandiosa evoluzione e rinnovamento nell?uso delle tastiere che suonavano.

Questo texano di Houston, spesso sul palco con giacche di fronzoli a cow boy che facevano moda all’ epoca, non fu mai il quinto Beatles e neanche il sesto Stones, nonostante le leggende e le dicerie popolari rockettare vogliano far credere. Il suo apporto ai Fab Four è stato certamente notevole, soprattutto nel bellissimo e doppio White Album, forse il disco più  creativo  del quartetto inglese e se il popolo del pop ricorda il canto del cigno di ” Let it be ” oppure la galoppante ” Get Back “, molto era caratterizzato dalla particolare amicizia che lo legava a George Harrison, in cui si ritrovavano delle similitudini anche ideologiche e concettuali.

Non a caso dopo lo scioglimento partecipò e promosse la storica esibizione a favore delle popolazioni nel Bangladesh per poi partecipare nuovamente dopo alcuni lustri al tributo collettivo nel momento della morte.
L’ accredito di presentazione del 45 giri di Get Back venne firmato  The Beatles and Billy Preston  come il famoso ed ultimo concerto sul tetto che li vide assieme, un avvenimento eccezionale che venne inserito anche in un film, ma probabilmente era un riconoscimento e niente di più a quello che oramai era un finale già scritto.
Non di rado tra i musicisti di supporto nascevano polemiche sugl’ oneri, i quali erano ben diversi da quelli che incassavano tra chi aveva il nome e usufruiva dei diritti d?autore e chi invece era solamente un aggiunto e compariva nei credits dell’ incisione. Paul, Ringo, George e John diventarono tutti miliardari, Billy probabilmente un pò meno……

Ma la vera forza di Preston è stato il saper cavalcare la corrente di quello straordinario periodo, di sapersi integrare alla perfezione e di essere un poliedrico con il gusto dell’ adattamento a qualsiasi ruolo che gli veniva chiesto. Infatti riuscì anche ad accostarsi a chi interpretava la musica come un esempio e un modo di fare ribellione. Il suo apporto agli Stones venne giudicato da alcuni critici pignoli un  tradimento, ma anche qui era solo la voglia di fare nuove esperienze o comunque chi gli offriva lavoro. Il sapersi farsi  affittare  era una delle sue maggiori virtù, sapendo di avere una capacità artistica di contorno che pochi altri osavano mettere sul palco e negli studi di registrazione.

L’ influenza sugli Stones comunque risultò meno penetrante rispetto a quella dei Beatles e partecipò ad un solo disco con un World Tour, e nei brani eseguiti spicca quel filo di piano che riesce a districarsi tra gl’  horns indemoniati e le alternanze delle steel guitars di Keith Richard e Mick Taylor nell?ossessiva Doo, Doo, Doo – Hearthbreaker, che diventerà un inno insieme alla suadente e dolce amara Angie e la ritmata Miss You.
Purtroppo non sono state tutte rose e fiori: storie di droga, carcere, frode hanno segnato fortemente la sua vita per poi cercare di rinascere ogni qualvolta, tornando a uno dei suoi tanti amici che si era costruito strada facendo, come recentemente i Red Hot Chilly Peppers oppure Jovanotti.

Ci ha lasciati alla soglia dei 60 anni, malato da tempo, in un età dove ancora avrebbe potuto dare molto alla musica e a quel mondo, ma una vita sgretolata lo ha costretto ad uscire lentamente di scena.
Se pensiamo a Steve Wonder, Ray Charles, istrioni della musica internazionale della sua generazione, Billy Preston ha ricevuto molto meno di quanto avrebbe sicuramente meritato.

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Riferimenti: Preston Billy, session man.

Vecchio Bob, ritorno in Italia.

Il 15 di Luglio Bob Dylan suonerà a Pistoia Blues nella tradizinale e suggestiva Piazza Duomo. La manifestazione che da tanti anni è diventata un punto di riferimento per il rock blues, ma anche per le band emergenti, avrà nel cartellone altri nomi di richiamo a cominciare da Robert Plant ex Zeppelin, Ben Harper, Gov’t Mule, John Mooney e Melvin Taylor.
Nel mese di giugno si svolgerà Pistoia Festival, con i concerti di C. Veloso, Ivano Fossati, e Capossela.
Bob Dylan ritorna dopo dieci anni nel nostro paese, un artista da sempre amato dal pubblico italiano.
Prevendita on line e non solo, dal 7 aprile con Box Office e su Ticket One.

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Riferimenti: Bob Dylan.

La musica piange la scomparsa di Wilson Pickett.


Nel suo genere è stato certamente un pionere o comunque quello che portò un’interpretazione nuova di un certo tipo di musica, che come tante altre ha avuto numerosi alti e bassi.
Land of The 1000 Dances, Mustang Sally, In the Midnight Hour, Funky Broadway, mentre in Italia era conosciuto per gl’accoppiamenti canori con Leali e Battisti.
Due brani, Deborah e Un Avventura, i quali fecero parte della kermesse di Sanremo, un quarto posto, duetti che mischiavano una voce nera e ad una tradizionale bianca tipica della melodia italiane. Un bel confronto ma soprattutto dimostrava ancora una volta che la musica non aveva confini e barriere.
Cantò un pò con tutti e insieme ad Aretha Franklin, Otis Redding, fu il capostipite di un R & B che segnò anche un epoca nei bellissimi anni sessanta, ma gl’inizi erano stati di stampo gospel per poi cambiare rotta e genere musicale al momento giusto.
Tanti i riconoscimenti, molti i dischi venduti e anche Rolling Stone lo inserì tra i grandissimi del secolo.
A 64 anni, in America è morto Wilson Pickett.

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Riferimenti: Pickett.

Francis Wolff, il terzo occhio del Jazz.


Quentin Warren con l? inconfondibile e inseparabile coppola, un sudatissimo Elvin Jones alla batteria dopo le sessions, un giovane e sorridente Dexter Gordon, Ornette Coleman con il piccolo figlio Denardo che si diletta ai tamburi, Joe Henderson in chiaro scuro mentre la scia del fumo di una sigaretta sale verso il suo viso, un assorto Bud Powell, Paul Chambers abbracciato al contrabbasso come fosse la moglie, un acerbo ma bellissimo Horace Silver con il ciuffo impomatato di gel mentre accorda il pianoforte prima delle registrazioni di J. R Monterose e Don Cherry che corregge una partitura musicale, Miles Davis pensieroso………
Francis Wolff è stato uno dei più grandi fotografi di scena e della musica Jazz, certamente superiore a Tim Motion e Terry Cryer. Tra il 1940 e il 1965 il riservato Frank per gli amici, scattò migliaia di fotografie durante le registrazioni negli studi della Blue Note a New York e moltissime sono state le ? cover ? dei dischi che vennero pubblicate dalla celebre casa discografica.
Francis Wolff era uno straordinario esegeta di una ritrattistica eseguita rigorosamente in bianco e nero, descrivendo e narrando un mondo che gl’ appassionati non potevano vedere, poiché le sedute in studio non erano aperte al pubblico ma soltanto agl?addetti ai lavori.
Le sue immagini sono diverse da quelle riprese ai celebri festival di Newport oppure di Montreaux, o nei club della Grande Mela degl?anni Cinquanta e dal lato squisitamente tecnico questo simpatico tedesco, nato in Germania all?inizio del Novecento, usufruiva spesso di un taglio fotografico che segnò anche uno stile.
Non di rado i ? portraits ? avvenivano di lato al soggetto e avevano una leggera inclinazione dal sotto, volutamente e non per limiti tecnici, di composizione o di spazio. La scala dei grigi aveva una profondità di toni molto intensa considerato le luci circostanti in cui operava, le pellicole di quel tempo e le stesse macchine di medio formato che usava.
La stampa era quasi sempre in ? cool tone ?, e cioè sviluppata in tonalità fredde, in abbinamento con la superficie cartacea baritata in opaco, che le personalizzava e le rendeva uniche nel gioco dei contrasti.
Un Fine Art dove spiccava un eleganza singolare, istantanee mai pensate a tavolino o costruite su di un set fotografico.
Il ritrattista riusciva ad afferrare quella spontaneità che il feeling del mondo del Jazz evocava con i sentimenti e le note musicali diffuse, riuscendo così ad evidenziare le impercettibili differenze d?atmosfera che si venivano a creare negli Studios. Un clima di assoluta e collettiva creatività, tutta finalizzata all’invenzione di un disco.
Francis Wolff quando era un ragazzo aveva studiato fotografia e qualcuno sussurra che un suo sogno era quello di diventare un suonatore di Jazz, ma non aveva ne la stoffa e ne le capacità.
La sua vita conobbe anche qualche pagina rocambolesca quando il Nazismo stava allargandosi in Europa: nel 1939 riuscì a prendere l?ultima nave che partiva dal Mar Baltico agli Stati Uniti e a scampare a quella che sarebbe stata una morte quasi certa.
Per questo decise di fare il fotografo ma non è stato un?accomodamento o una deviazione per un mestiere mancato e resta il fatto che senza le sue peculiari immagini la Blue Note Records forse non avrebbe venduto così tanto.
In un genere musicale già di per sé difficile da commerciare, le copertine, gl’inserti degl?album avevano certamente la sua importanza, in qualità di veste grafica e d’ illustrazione, anche sotto il profilo culturale, mentre la concorrenza della Verve, Capitol, Decca e Pacific Jazz era spietata.
Fondamentale fu l’incontro con Alfred Lion che diventò Manager Producing dell’etichetta e che riuscì a ritrovare al suo arrivo in America: una salda e sincera amicizia, la quale era iniziata fin da bambino e che proseguì poi per tutta l’ esistenza.
La carriera di fotografo termina con il ritiro nel 1967 dello stesso Lion, che sostituirà a livello manageriale fino al 1971, anno in cui un improvviso attacco di cuore lo uccise.
Francis Wolff è stato un testimone oculare e fotografico di una delle più rilevanti forme artistiche dei nostri tempi: davanti al suo obbiettivo non solo sono passati tanti talenti musicali, ma anche l’evoluzione del ” sound ” che trasformò il Jazz in ” leggenda ” in quel momento di transizione dal classico al moderno.
Prima il Be Bop e il Cool Jazz, poi l?Hard Bop, per finire al Free Jazz quella liberalizzazione atonale dove si elevava una ampiezza insolita di virtuosismi unitamente ad una grande complessità ritmica, una forza espressiva anche contestata da alcuni critici, i cui veri rappresentanti furono Ornette Coleman ed Eric Dolphy, talvolta accompagnata dai radicalismi politici e razziali.

Gianluca Fiesoli.

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Foto: Ornette Coleman e Joe Henderson – Francis Wolff © – Tutti i diritti riservati.

Riferimenti: Francis Wolff, il terzo occhio del Jazz.

Mina: stavolta canta the Voice e riappare su Sky.


Sorprende la Tigre di Cremona, torna sul mercato dopo Bula Bula con un cd dedicato al grande Maestro Frank Sinatra.
” Mina l’allieva “, così intitola il nuovo album a confermare un grande senso di adorazione e rispetto per il cantante americano, mentre anche la grafica stavolta è ripescata da un lontano passato, abbandonando per il momento quelli che oramai erano dei loghi puramente stilizzati della sua persona.
Una Mina giovanissima, ancora distante dai riflettori della Bussola o della televisione, in due pose davanti ad una lavagna, uno scatto spontaneo e anonimo ma che la ritrae agl’albori della vita e alle sue prime conoscenze scolastiche e intellettuali.
Il Cd offre 14 pezzi, tutti standard famosissimi registrati e rivisitati in ” live ” con un quartetto e un orchestra sotto la direzione di Gianni Ferrio: canzoni che hanno fatto la storia del Jazz e interpretati da tantissimi musicisti del Mondo.
April in Paris, My Way, These foolish Thing, Strangers in the Nigth, sono alcune delle ” perle ” e un serio confronto con the Voice, che Mina ha sempre considerato nel corso della sua splendida carriera, ma soltanto poche volte prima si era lasciata attrarre con delle esecuzioni.
L’ennesimo prodotto discografico evidenzia la grande versatilità della voce di Mina, con un suo repertorio che pochissimi artisti italiani riescono a raggiungere ed eguagliare.
Per certi versi unica nel saper diversificare i generi e i brani, una caratteristica che non si ritrova oramai quasi più, ma che da sempre la fanno definire e attribuire come la Signora della Canzone Italiana.
Dal altra parte il binomio Sinatra – Mina è sempre stato molto solidale, di profondo rispetto e di ammirazione: già negl’anni Sessanta l’attore – cantante americano avrebbe voluto fare dei duetti in scena con la diva italiana, ma delle complicazioni sorsero al momento della firma del contratto.
Oltre al disco Mina ” ritorna ” anche in tv: un videoclip in onda da domenica 20 Novembre su Sky a testimoniare il lavoro in sala d’incisione e i suoi più stretti collaboratori, ma anche un segnale per una possibile svolta che tutti i suoi fans attendono da anni con un ritorno davanti al pubblico.
Una decisione che Mina ha sempre smentito dalla casa – studio di Lugano, ma che potrebbe anche un giorno ripensarci.
Misteriosa, con acuti d’incredibile bellezza, una voce calda e talvolta suadente dove s’intreca l’elemento della femminilità, tutte caratteristiche che l’hanno resa famosa e la renderanno Eterna nella Storia della Musica.

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Riferimenti: Mina e Sinatra.

Luciano Pavarotti: 70 anni e un ballo in maschera.


Luciano Pavarotti il 12 ottobre ha compiuto 70 anni.
Nicoletta Mantovani ha organizzato nella stupenda villa del tenore una grandiosa festa in maschera.
Tanti i bei nomi dello spettacolo, luci del parco accese fino a tarda notte, balli, canti, vestiti settecenteschi e un video messaggio del leader degl’U2 Bono.

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Riferimenti: Pavarotti, 70 anni.