La visione insolita e immutabile della fotografia aerea.

Per quanto oramai ci siamo sempre più abituati l’ insolita visione della fotografia aerea ancora oggi ci regala un punto di vista, poetico, colorato, sensibile e pure dettagliato in cui la prospettiva differente obbliga l’ Uomo a salire in cielo per ammirare, capire quello che il Pianeta Terra talvolta ci nasconde oppure ci confonde rompendo così momentaneamente la forza di gravità.

Da sempre pioniere della libertà, soldato del genio, avventuriero della scoperta con il volo il genere umano ha cominciato a realizzare questo sogno solamente nel XX secolo fino ad arrivare a creare un mezzo di comunicazione indispensabile per tutte le società nell’ era moderna, il quale oltre gl’ enormi interessi economici ha però portato costi alti in termine di sforzi e di vite umane.

Non solo lo sviluppo è avvenuto a livello scientifico e commerciale ma anche per scopi militari, di spionaggio. di morte e di devastazione. La seconda guerra mondiale con il tragico finale dei lanci delle bombe atomiche sulle città giapponesi è sicuramente l’ esempio più manifesto e allo stesso tempo ignominioso della storia dell’ aviazione.

La fotografia aerea non è soltanto un inestimabile documentazione ma ha anche riflessi culturali, didattici e di studio scientifico come la geologia e la cartografia. Tuttavia il linguaggio delle forme ne esalta la forza trasfigurante nell’ originalità e nell’ espressività artistica.

Molti critici d’ Arte sostengono che la fotografia di paesaggio abbia spesso ricalcato gl’ insegnamenti e gl’ orientamenti della pittura mentre in epoche recenti è successo il contrario traendo in taluni casi l’ ispirazione dei valori e dei cromatismi astratti, i sensi fantastici, materici e compositi dalle immagini scattate da un aereo, le quali tra le tante virtù hanno sicuramente un grado di elevata autenticità.

Per l’ ampia gamma di soluzioni diversi fotografi ne hanno fatto uno stile di vita, un cavallo di battaglia, un intrinseco desiderio della visione onirica assieme alla passione di volare producendo moltissimi libri e diventando anche abbastanza noti nel panorama internazionale.
Basta ricordare due nomi eccellenti: Yann Arthus-Bertrand e Georg Gerster.

E non esiste interprete della fotografia che abbia scattato alcune immagini dal cielo per puro divertimento o curiosità per poi intraprendere percorsi professionali maggiormente complessi, creativi e idonei alla propria personalità come la moda, i ritrattisti e lo still life.

FOTO AEREA Namibia 1997 Laguna di Walwis Bay

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Un ricordo.

Nel Marzo del 2003 e poi replicato anche nel 2004 feci questi seminari all’ ADFF ( Accademia di Fotografia a Firenze ) per gli studenti del Master.
Incontri che erano comunque aperti anche al pubblico non dell’ Accademia e ambedue ebbero un discreto riscontro e apprezzamento.
Tra gli allievi del Triennale vi era anche un ragazzo, di nome Giacomo, appassionato ed entusiasta della fotografia che poi come tanti ha scelto con gl’ anni un altro percorso lavorativo sia per necessità che per altro, fermo però restando che la comunicazione visiva e l’ Arte in genere rimanevano uno dei suoi principali interessi.

A metà settembre di quest’ anno casualmente e siccome Firenze non è una metropoli come Londra e quindi non è rarissimo incontrare qualcuno di periodi passati ho saputo che se ne era andato in età prematura.

Ciao Giacomo.
____________________Comunicati stampa seminario ADFF

Gli amanti piccanti di Daniele Duca passando dai peperoni di Weston.

DEL DucaAmanti Piccanti – Fotografie di Daniele Duca

AIM – Alinari Image Museum

Trieste, dal 29 agosto al 23 settembre 2018

Bastione Fiorito del Castello di San Giusto

Piazza della Cattedrale 3 Trieste

Apertura mostra: mercoledì 29 agosto

Inaugurazione con l’autore su invito: sabato 1° settembre alle ore 17,30

A Trieste dal 29 agosto al 23 settembre 2018, AIM – Alinari Image Museum presenta la mostra fotografica Amanti piccanti. Fotografie di Daniele Duca, promossa da Fratelli Alinari. Fondazione per la Storia della Fotografia, a cura di Enzo Carli.

Nella sala temporanea di AIM – Alinari Image Museum al Bastione Fiorito del Castello di San Giusto

Catalogo : Edizione Alinari, Euro 45,00. Prezzo speciale in mostra 38,00 euro.

Dai peperoni di Weston ai peperoni di Daniele Duca

 

Frutta, legumi ed ortaggi hanno da sempre avuto l’onore di una posa fotografica, iniziando con i dagherrotipi.

Nel corso dell’Ottocento questi importanti cibi, indispensabili risorse per l’uomo, sono stati fotografati in forma soprattutto di documentazione ed illustrazione, con splendide carte salate, quindi albumine, fino ai primi autocromi degli inizi del Novecento.

Questi ortaggi cominciano a diventare oggetto di indagine fotografica sperimentale ed artistica intorno agli anni 20 del XX secolo, con le splendide fotografie di Albert Renger-Patzsch e ritroviamo negli anni 30 i peperoni di Weston, incuriosito, forse, dalle strepitose forme naturali dei medesimi, che apparivano lette dall’obbiettivo in una forma specifica, come straordinarie composizioni surrealiste un po’ metafisiche.

Da qui inizia l’avventura del peperone nell’immagine fotografica che, ripercorrendo vari decenni, arriva alle straordinarie composizioni di Daniele Duca. Una grande sfida per un grande ortaggio, inconfondibile nel suo mondo.

Daniele Duca è nato ad Ancona nel 1967.

Da oltre trent’anni si occupa di fotografia e di pubblicità.

È alla sua sesta monografia per Alinari, dopo Estensione (2008), Moto Contrario (2011), Proximity (2012), Pasta – the photographic elegance of De Cecco’s pasta shapes (2015) e Mi ricordo che (2016).

Nel 2003 vince il primo premio alla 22a Biennale Internazionale dell’Umorismo nella sezione Advertising.

Nel 2008 la Galleria Luigi Ghirri di Caltagirone ha inserito 12 sue opere nella propria Collezione.

Nel 2010 ha ricevuto il premio internazionale “I Marchigiani dell’anno” per la sua opera fotografica.

È giornalista, accademico dei Georgofili e padre di due figli.

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Del Duca 2

Cerimonia di Potocari, un testimone scomodo e misure di sicurezza rafforzate.

Non ci sono particolari novità al momento se si esclude che un importante testimone ha lasciato il processo, tuttora in corso, in un tribunale di Belgrado di ex-poliziotti serbi accusati del massacro dei bosniaci a Srebrenica.

Il teste ha ricevuto pesanti minacce nonostante la sua identità fosse protetta.

Inoltre,  saranno rafforzate le misure di sicurezza della polizia Bosniaca in tutta la regione di Vlasenica onde evitare i fatti accaduti nel 2015 dove i pullman furono presi a sassate e vennero lanciate bottiglie contro il Premier serbo alimentando così un evidente principio di rissa concluso con alcuni fermi.

Pertanto, se non ci saranno questi problemi la cerimonia di domani dovrebbe risultare uguale agl’ altri anni.

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Qui sotto il mio racconto del giorno di Sebrenica del 11 Luglio 2011.

Il testo è parte di un capitolo del libro ” Personal observations ” di Gianluca Fiesoli.
La presentazione è a questo link:

https://www.youtube.com/watch?v=W2pgSbaffJ0&feature=youtu.be

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Srebrenica, la gente durante la cerimonia, Bosnia, 2011 copia

Srebrenica – Potocari, Bosnia Erzegovina, 11 Luglio 2011.

Sedici anni non bastano per alleviare il dolore. Nel giorno della commemorazione la Bosnia Erzegovina si stringe intorno ad altre 613 vittime che sono state pietosamente ricomposte e riconosciute tramite la scienza e i test del Dna. Un lavoro complesso eseguito da antropologi forensi e che continua senza un attimo di sosta, con pochi mezzi a disposizione e senza sapere quando finirà.

Suljic Hazan Nedzad era nato nel 1975. E’ stato assassinato a soli venti anni ed è uno dei più giovani di questi ultimi ritrovamenti. La lapide con la mezzaluna porta la numero 451. Oggi sarebbe stato un adulto con una famiglia e un onesto lavoro. La madre siede mestamente davanti alla fossa in attesa che venga sotterrato.

Il suo viso è segnato da profonde rughe e dalla sofferenza che contrastano su un candido fazzoletto color crema il quale le raccoglie i capelli bianchi. In quella che fu un aberrante strage ha perso pure il marito che venne trucidato con una raffica di mitra in un magazzino della borgata di Kravica dopo che aveva tentato di scappare attraverso i boschi. Lei assieme ad altri sfollati dei villaggi circostanti fu trasferita nella zona libera di Tuzla.

Alla fine dell’ anno scorso l’ Istituto Nazionale delle Persone Scomparse le ha comunicato che avevano ritrovato i resti dell’ unico figlio che aveva. Con voce interrotta da un pianto convulso, nelle frasi che mi vengono tradotte dall’ inviato del quotidiano Oslobodenje di Sarajevo, la donna ci racconta che il ragazzo fu preso durante un rastrellamento dei militanti serbi quando erano appena entrati nel centro abitato.

Da allora non ha saputo più niente, ma in tutto questo tempo nonostante la realtà fosse così evidente e tragica si è sempre illusa di riaverlo vivo. Conclude dicendoci che non conosce neppure la dinamica dell’ omicidio e che è possibile soltanto fare delle ipotesi. Fucilato, torturato, sgozzato con un coltello oppure ucciso in ginocchio con un vigliacco colpo di pistola alla nuca. Probabilmente resterà per sempre un atroce mistero.

Neanche il recente ma tardivo arresto dell’ ex Comandante militare Ratko Mladic, il boia dei Balcani, cancella la disperazione e il rancore che questo popolo si porta addosso. Proprio oggi le vedove di Srebrenica hanno usato toni duri e perentori contro quelli lo hanno preso.
Sostengono che da tempo il governo serbo era perfettamente a conoscenza del luogo in cui Mladic si nascondeva e guarda caso la cattura è avvenuta nei giorni della visita a Belgrado di Catherine Aston, l’ Alto Rappresentante per gli Affari Esteri dell’ Unione Europea.

Le donne bosniache chiedono risarcimenti per le vite distrutte. Però, dopo oltre tre lustri sono ancora più di un migliaio i casi pendenti. Sebbene alcuni progressi siano stati fatti per tutelare i diritti umani, il piano di recupero fondi destinato alle famiglie degli scomparsi non è stato pienamente attuato e quindi le controversie rimangono insabbiate nella burocrazia.

E’ una giornata toccante, pregna di tristezza. La ricorrenza del genocidio assume una dimensione e un valore simbolico molto profondo. E’ inammissibile restare insensibili di fronte a queste scene, ma purtroppo nei prossimi anni il numero dei morti accertati salirà ancora.

Molte bare saranno tumulate nuovamente perchè ulteriori fosse comuni secondarie sono state individuate tra le montagne e andranno ad aggiungersi alle migliaia di vittime che riposano dal 2003 nel memoriale di Potocari.

Sembra non finire mai il massacro di Srebrenica anche se nella regione c’ è un processo di stabilizzazione e in futuro la prospettiva di aderire nell’ Europa che conta. Resta però il fatto che tuttora vige una situazione temporale ma con le amministrative dell’ autunno 2012 molte cose sul piano legislativo potrebbero mutare poiché non sarà concesso lo statuto speciale e avranno diritto a votare soltanto gl’ effettivi residenti.

Tuttavia l’ annullamento dei valori, le metamorfosi politiche, la perdita dell’ identità culturale, la mancanza di opportunità lavorative e la scarsa volontà di ottemperare collaborazioni tra serbi e bosniaci hanno portato la piccola città alla decadenza.

Ovunque è tangibile un senso di vuoto e di afflizione. Volti diffidenti che celano un fondo oscuro mentre le nuove generazioni quando possono si trasferiscono altrove. Attualmente a Srebrenica vivono circa novemila persone che con il deserto dentro l’ anima restano attaccati alla loro terra e al passato.

Lo sterminio del 1995 è un capitolo così riprovevole che l’ Uomo ha saputo creare con l’ odio e l’ ostilità, armandosi di pesante artiglieria, granate e bombe, fino a mettere in atto una pulizia etnica con lo scopo di sopprimere qualsiasi avversario. Un annientamento che ha una lampante similarità con la pazzia del nazionalsocialismo.

Nonostante ciò in Serbia ancora adesso ci sono rigurgiti di negazionismo dovuti all’ importante sostegno della popolazione verso i partiti più radicali che nell’ elezioni politiche del 2007 ha visto registrare un consenso di quasi un terzo degli elettori.

La strada della riconciliazione è ancora lunga e il Parlamento di Belgrado soltanto quindici anni dopo la fine dei combattimenti ha chiesto ufficialmente scusa alle famiglie delle vittime, qualificando Srebrenica come un “ crimine di guerra “ e non come genocidio, rivendicando però che esistono anche dei delitti subiti dal popolo serbo. La dichiarazione è stata raggiunta dopo quasi tredici ore di acceso dibattito e risolta con una risicata approvazione grazie al voto dei democratici e socialisti.

Dopo quattro anni di lotta armata che coinvolse buona parte dei Balcani occidentali e causò quasi centomila morti con seicentomila profughi, gli episodi di Srebrenica furono decisivi per la svolta finale della guerra.
La Storia è nota ma presenta ancora delle zone d’ ombra ed è per questo che ci deve essere di grande insegnamento senza scordare i diversi doveri dei paesi, il supporto spirituale della Chiesa ortodossa serba improntato al revanscismo e del ruolo che l’ Onu ebbe in tutta la vicenda.

I caschi blu delle compagnie Dutchbat guidati dal colonnello Thom Karremans assistettero impotenti e non intervennerro. Circostanze poco chiare avvennero in quei giorni fino al punto che la fanteria arrivò a stabilire rapporti molto amichevoli con i paramilitari serbi agli ordini di Ratko Mladic, un generale lucido e spietato che era diventato il braccio destro di Radovan Karadzic.

Una festa a base di birra, allegria e scambio di regali prima di abbandonare la base al suo destino e che cominciasse il mattatoio. Tuttora restano gl’ interrogativi del perchè i soldati Onu furono lasciati senza un adeguata copertura aerea sebbene ci fossero stati diversi contatti con il comando operativo di Tuzla.

All’ inizio di luglio del 2011 la sentenza di un Tribunale della Corte di Appello di Amsterdam e che ha ribaltato la precedente del 2008, ha condannato lo stato olandese a risarcire alcuni mussulmani senza però specificarne un preciso indennizzo.

Un verdetto sicuramente esemplare e per certi versi “ storico e coraggioso “, il quale ha reiterato la corresponsabilità di quella che doveva essere una missione a protezione dell’ enclave e sancisce la fine dell’ immunità, del garantismo e i privilegi che da sempre hanno avuto i Peacekeeper.

Se verrà confermata in via definitiva nel terzo grado di giudizio potrebbe aprirsi la prospettiva di intentare altre vertenze civili ma molte sono le perplessità che tuttociò possa succedere.
E’ comunque una decisione utile a comprendere che nelle guerre sotto l’ egida di un organizzazione che dovrebbe cercare di mantenere la pace con la naturale equanimità, invece si nascondono interessi, finzioni, egoismi e tanto cinismo.

Dopo la fine del processo ancora una volta una volta si è riproposto il dibattito sull’ utilità e l’ efficenza delle Nazioni Unite nelle direttive e nei compiti che svolge. Per antinomia è una struttura che utilizza organici militari di altre nazioni e talora durante le operazioni è in disaccordo con i centri di potere politici.

Dignità ed esternazioni misericordiose squarciano il cielo durante la Salatul Janazah, la preghiera collettiva prima della sepoltura e che chiede la grazia dei defunti ad Allah.
Le Madri di Srebrenica non vestono in luttuoso nero ma continuano a versare copiose lacrime sulle verdi bare dei congiunti.

Il verde è il colore della speranza, della giovinezza, della Natura mentre per l’ Islam è il Paradiso nell’ ultimo viaggio e che consentirà allo spirito di evolversi.

Trentamila, forse quarantamila persone sono arrivate fin qui da ogni parte del mondo per non dimenticare e per continuare a volere giustizia e verità.

Tante bandiere e una Marcia della Pace che è partita due giorni prima dal villaggio di Nezuk ed ha ripercorso i luoghi della strage.

Sotto un torrido sole che sfiora i quaranta gradi non mancano gli svenimenti degl’ anziani intanto che fin dalle prime luci dell’ alba un’ imponente schieramento di poliziotti ha vigilato sulla sicurezza.

Il rumore di un interminabile fila di automobili ha infranto la quiete e i silenzi di questa rigogliosa valle, nella quale niente sarà più come prima.

Gianluca Fiesoli.

Srebrenica, si avvicina il giorno del ricordo e del dolore.

Srebrenica da lontano copiaCinquant’anni dopo che il mondo ha detto “Mai più” agli orrori dell’Olocausto, il genocidio è avvenuto in territorio europeo.

Il nome Srebrenica è diventato sinonimo di quei giorni oscuri nel luglio 1995 quando, nella prima zona dichiarata sicura dalle Nazioni Unite, migliaia di uomini e ragazzi furono sistematicamente assassinati e sepolti in fosse comuni.

Le vittime, prevalentemente musulmane, sono state selezionate per la morte sulla base della loro identità. Questa è stata la peggiore atrocità sul suolo europeo dopo la seconda guerra mondiale.

Sebbene Srebrenica sia l’unica uccisione di massa nelle guerre balcaniche che è stata ufficialmente riconosciuta come genocidio dai tribunali internazionali, questa atrocità è stata solo l’atto finale di una strategia genocida molto più ampia, eufemisticamente soprannominata “pulizia etnica”.

Il genocidio di Srebrenica è stata la conclusione programmata, sistematica e industrializzata di una campagna di quattro anni di deportazione forzata, torture, omicidi di massa e violenza sessuale sistematica da parte delle forze serbo bosniache al servizio del loro obiettivo di creare una “Grande Serbia”. Un obbiettivo pagato a caro prezzo e che comunque è fallito.

Fervono i preparativi per la 23° ricorrenza. Sarà ancora una volta il giorno della Bosnia Erzegovina e tutta la nazione si fermerà l’ undici luglio, sebbene oramai in qualsiasi mese dell’ anno il mausoleo di Potocari è meta di  curiosi, turisti o chi comunque vuole dare un piccolo omaggio dal cuore a questo sfortunato popolo che da quella scellerata guerra ha cambiato volto e forse il suo destino.

Non ci sono più solo Mostar e Sarajevo adesso per chi va in Bosnia è quasi diventato un dovere fare una sosta in questa silenziosa e verde valle.

Le cifre dell’ Autorità del Mausoleo di Potocari parlano chiaro e sono in continuo aumento. Nel 2017 oltre centotrentamila persone hanno visitato questi luoghi. Ma quello che sorprende è che circa la metà provengono da paesi stranieri senza contare le visite individuali e non registrate.

Il Memorial Centre è stato ufficialmente aperto dall’ex presidente degli Stati Uniti Bill Clinton nel settembre 2003. Quello stesso anno, a marzo, le prime 600 vittime identificate di genocidio furono sepolte. Con successive sepolture di diverse centinaia di vittime, ogni anno, questo campo è stato istituito come luogo di conservazione della memoria del massacro di Srebrenica.

Per la “ Marš mira 2018 “, la Marcia della Pace “  Zepa – Srebrenica – Potocari inizierà il 9 luglio dal sito di Borak e terminerà due giorni dopo nel primo pomeriggio.

Il percorso questa volta ha subito delle importanti modifiche grazie alla conclusione dello sminamento nelle zone che vanno da Kamenica Hill a Bulj e dalla fine del massacro sarà la prima volta

Sono attese settemila persone a questa camminata che farà tappa in alcune zone più significative della guerra e ad ogni fermata ci saranno minuti di raccoglimento e brevi preghiere.

Anche le polemiche stanno avendo la loro parte in questi giorni. L’ultimo di queste ore è il diniego all’ Ambasciatore Russo di partecipare alla commemorazione per via dei fatti accaduti al Palazzo di Vetro nel luglio 2015,  quando la Russia in quanto membro permanente del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha posto il veto e ha impedito l’adozione della risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite su Srebrenica, che era stato proposto dal Regno Unito.

L’ ultimo comunicato stampa dell’ Istituto delle Persone Scomparse per voce di uno dei maggiori rappresentanti, la Dott.ssa Lejla Cengic, dice che fino ad ora sono state identificate solamente 43 vittime ma nelle prossime due settimane il numero dovrebbe salire ulteriormente.

Secondo lei, il più giovane tra quelli identificati è Vesid Ibrić. Aveva 16 anni quando fu ucciso e le sue spoglie furono riesumate nel 2001 dalla fossa comune di Liplje nella zona di Zvornik.

Feris Mehmedovic aveva 16 anni quando è stato ucciso. I suoi resti sono stati trovati in due fosse comuni – 2000 parti di scheletri sono stati riesumati da una fossa comune Glogova nella zona Bratunac, e parti di scheletri sono stati esumati nove anni più tardi, vale a dire nel 2009, dalle fosse comuni nella zona di Srebrenica Zalazje – ha detto la Cengic.

Il terzo minore a essere sepolto in questa giunta è Edin Burić, che aveva 17 anni. Le sue spoglie sono state riesumate nel 2001 dalla fossa comune di Liplje, nella zona di Zvornik.

La dottoressa sottolinea che tra le vittime identificate c’è una donna che al momento dell’omicidio era al sesto mese di gravidanza.

La Cengic ha poi ribadito che questo però non è il numero finale delle vittime che sarà sepolto al funerale congiunto a Potocari quest’anno.

Nel progetto di identificazione Podrinje a Tuzla, ci sono resti delle altre vittime del genocidio che sono già stati formalmente identificati.

Quindi, sulla base di analisi del DNA e delle informazioni delle famiglie, ma soprattutto a causa di scheletri incompleti gli stessi nuclei familiari o parentali  non hanno ancora deciso per l’ esumazione.

Inoltre, l’ Istituto delle Persone Scomparse ha i resti di 126 vittime identificate nell’analisi del DNA. Si tratta di casi attivi, o sull’identità stabilita preliminare e progettato per essere quasi pronti al riconoscimento delle famiglie. I resti delle vittime provengono da fosse comuni nell’area di Donji Podrinje.

Comunque un numero inferiore di vittime rispetto agli anni passati  sarà sepolto tra a Luglio.

E’ il risultato della mancanza di informazioni sui potenziali individuali e purtroppo sulle difficoltà enormi che s’ incontrano durante il lavoro di ricerca, di assegnazione e di ricomposizione.

 

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Festa finale per i 100 anni di Nikon.

Il tempo passa inesorabilmente e anche le celebrazioni più belle vanno in archivio ma ci rimane vivo e per sempre il ricordo.

L’anno del centenario sta per concludersi ed abbiamo scelto di festeggiare nel modo più bello: insieme!
L’appuntamento è fissato per giovedì 28 giugno, alle ore 19:30, al Museo della scienza e Tecnologia in via Olona 6, Milano.
Verranno proiettate le immagini tratte dal volume “IT’S A NIKON, IT’S AN ICON” ed ancora una volta vorremmo ringraziarti per il contributo che hai dato a questo progetto e per aver scelto Nikon come compagna di avventure nel Tuo lavoro.
La serata concluderà anche la mostra “IMMERSO” e le iniziative ad essa collegate.
L’invito è in allegato e non occorre stamparlo ma è gradita conferma all’indirizzo email rsvp@nital.it.

Ti aspettiamo!
Il team NPS & lo Staff Nital.

 

Video di presentazione per il libro Personal Observations di Gianluca Fiesoli.

La pubblicazione è in tiratura limitata, formato 30X30, 202 pagine, 194 fotografie colore e bianco e nero in stampa di qualità. Per chi fosse interessato ad acquistarlo ed avere informazioni su come riceverlo può inviare una e mail a questo indirizzo – studiofiesoli@gianlucafiesoli.com 

Qui sotto la sovracopertina e la prefazione del libro ( testo di Fabio Cintolesi ).

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Ho conosciuto Gianluca Fiesoli alcuni anni addietro quando lo contattai per fargli un intervista sulla guerra in Iraq in considerazione che durante quel periodo c’ era stato diverse volte. Fissammo un appuntamento nel suo studio e di questo affabile fiorentino mi colpì la disponibilità, la competenza e la naturalezza al dialogo. Avevo visto le sue fotografie sul web, dalle quali si percepiva una forza espressiva inconsueta dovuta dal motivo che è un buon autore di paesaggismo, d’ immagine turistica e di ritratto.

“ Personal Observations “ è un titolo che si ritrova similmente nella saggistica, nell’ arte moderna, dalla pittura alla musica, tradotto in forme estetiche insieme alla poetica. Ma non solo, anche nelle materie scientifiche è utilizzato come punto di partenza per viaggi esplorativi di dottorato. Ponderazioni su cose o persone con capacità cognitiva, un percorso di critica nell’ interiore, il desiderio della libertà di pensiero nel fermento della creatività.

Fiesoli non ha niente di tutto questo. Le Osservazioni Personali sono esclusivamente delle schiette riflessioni sulle brutali realtà. A suo modo, un testimone del nostro tempo. Qui la fotografia non registra l’ istante temporale della cronaca ma bensì ne sviscera con acutezza le problematiche e con intelligenza non cede al rigido moralismo. Ne alla retorica della denuncia e neppure all’ esagerazione visiva come vorrebbe un comune operatore dell’ informazione.

Quando gli chiesi che cosa lo esortava ad andare in posti complicati, di inopia e a continuare una ricerca in determinate situazioni, la risposta fu precisa e per certi versi sbalorditiva. “ La curiosità, la voglia di raccontare ma soprattutto di capire in loco poichè non ho mai creduto che una foto per quanto superlativamente interpretativa possa descrivere il mondo o la centralità di un avvenimento “.

Il negativo, oggi chiamato file poichè il digitale ha praticamente sostituito l’ analogico, è una maniera di trasfigurare la memoria in immagini che congiungono il passato al presente. La memoria è il fondamento della mente ed ha il vigore di potere far riemergere significativi brandelli dell’ esistenza alzando così il livello della nostra sensibilità. Se smettiamo di attingere alla ritentiva diventa impossibile vivere. Più trascorrono gli anni e maggiore è la sua invasività per respingere l’ inevitabile oblio e tentare di allontanare il sopraggiungere della morte. Con questi proponimenti Gianluca Fiesoli ha percorso migliaia di chilometri consumando intere settimane per appalesare il vero di alcuni eventi e documentare le distruzioni perpetrate dalla natura e dai popoli in un pianeta sempre più tumultuoso.

Però nelle sue foto riesce a a dare spazio alla solarità, alla contentezza, alla bellezza sia tecnica che naturale. Emblematiche sono le riproduzioni figurative dei contadini cubani e indonesiani oppure quella al mattino presto quando l’ orda dei turisti non è ancora arrivata all’ interno della Cupola della Roccia di Gerusalemme, da sempre luogo paradigmatico della fede mussulmana in un territorio conteso. Quest’ ultimo scatto esalta la straordinaria ampiezza del campo visivo di un obbiettivo fish eye ( occhio di pesce  ) e un tempo di posa interminabile. Ne segue l’ affiorare di qualche proprietà della fotografia: il silenzio, la religiosità, la solitudine. Inoltre non manca un pizzico d’ ironia in una scritta che compare in quel lenzuolo bianco piantato sul molo dalla tranquilla gente di Lampedusa. Infine, il tuffo di un fanciullo nelle limacciose acque del Buruganga in Bangladesh quasi a volere significare un attimo di felicità e di flebile speranza per una vita migliore.

Il fotografo è chiaramente dalla parte degli ultimi, di quelli che affrontano la disperazione nei terremoti e il dolore per un destino avverso. Di chi è obbligato a vivere con mendicità pur di ottenere un pezzo di pane. Di chi ubbidisce all’ arroganza dei potenti dell’ industria che li sfruttano senza ritegno nel lavoro fin da quando sono minorenni. E dei morti che dopo alcuni lustri implorano ancora giustizia tra le montagne della Bosnia Erzegovina come per l’ infelicità dell’ immigrazione di massa.

Li ritrae con una fotocamera chiedendo a sua volta partecipazione e che gli viene donata con umiltà dai soggetti perchè ne apprezzano la spontaneità, la quale non cela nessun secondo fine ne quantomeno include la smania di protagonismo. Immagini di un animo penetrante, accompagnate da una sapiente ispirazione e con incisivi valori formali, capaci di discernere l’ indispensabile e di sorprendere per l’ alta qualità di espressione.

Ed è proprio questo modo di vedere e di porsi, al di là dell’ amicizia a cui mi lega, che lo ritengo un fotografo atipico per la completezza delle argomentazioni che si distinguono nei propri lavori. Se esaminiamo con attenzione la parte dedicata alla povertà e ai senza fissa dimora, scavalcando delle istantanee in cui viene alla luce un forte senso di compassione per le condizioni dei soggetti, i ritratti con sfondi bianco e rosso degli homeless americani non mostrano barbe incolte, bocche sdentate, cappotti sdruciti e visi sporchi ma sembrano elementi vicino alla normalità.

Ce lo spiega lui stesso che la “ nuova povertà “ si è oramai incancrenita nelle comunità occidentali fino a intrappolare le persone che vengono investite dalla recessione. Un angoscia sottile, economica e non di vizio. Con questa alternanza di immagini Gianluca Fiesoli esula dallo schema troppo spesso precostituito e dal preconcetto visivo che un indigente fotografato deve essere necessariamente un lurido barbone, un clochard, un essere all’ ultimo stadio che scaturisce ripugnanza e oscenità per raggiungere la meta della foto di sensazione.

Addentrandosi nella lettura dei sei capitoli ci si accorge molto presto di un unione tematica tra di loro. Di un eloquente diversificazione delle spiegazioni e delle esperienze rivolte ad agevolare l’ intelligibilità degli argomenti. Rimane il piccolo rammarico, per ovvie ragioni di spazio e di costi, di non avere potuto inserire nel volume ulteriori reportages sociali, i quali sicuramente sarebbero stati di uguale interesse.

La parte dedicata al lavoro ( Work ) è una rigorosa analisi sullo sfruttamento minorile in Bangladesh, Indonesia e in altri paesi mentre nella sezione di Iraq e Palestina prevale il dettagliato racconto di come siano insidiosi e pieni di tensioni questi luoghi per uno straniero. Anche dentro il Palestine di Bagdad, l’ albergo dei media durante l’ occupazione delle forze di coalizione, nel mezzo della notte si può finire distesi per terra con un feroce dobermann che ti ringhia davanti e un mitra puntato alla testa per un errato controllo di identificazione da parte della sicurezza irachena. Oppure essere arrestato perchè viaggiava, a sua insaputa, in un auto pubblica con due ricercati. Paragrafi di vicende che gli sono veramente accadute durante la permanenza.

I fotogrammi di Gianluca Fiesoli si cristallizzano in un libro profondo, da conservare. “ Personal Observations “ è un inno alla dignità con il proposito di illuminare le coscienze e dovuto al tenace impegno del fotogiornalista. Pagine che non lasciano adito all’ indifferenza in quanto effondono una grande umanità senza mai divagare nel pedestre e nel pietismo. Esse ci sottolineano la tangibile presenza di altri mondi ai quali il più delle volte preferiamo chiudere gli occhi, rifuggire per non rimanere contaminati e perfino dichiarare con ipocrisia e senza mezzi termini che non ci appartengono.