Le nuove regole per il trasferimento della sede sociale all’estero.

Il trasferimento di una sede sociale all’ estero, da parte di aziende e ditte, è da sempre un argomento molto delicato e talvolta può nascondere fini poco leciti e soprattutto intesi ad evitare le regole del fisco italiano e pertanto indurre all’ evasione e ingannare i creditori.

Alcune recenti sentenze dei Tribunali, Cassazione compresa, confermano un inversione di tendenza da parte della Giustizia e del Governo in materia di giurisdizione, mentre nuove disposizioni sono state approvate nella manovra correttiva del 2010.

In questo esaustivo articolo a firma di Bruno Pagamici ( Ipsoa Editore e Microsoft Pmi ) vengono spiegate le nuove regole per il trasferimento della sede sociale all’ estero.

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Nuove regole per il trasferimento della sede sociale all’estero.

Giro di vite sul trasferimento della sede sociale all’estero. Per fronteggiare l’evasione fiscale e per tutelare i creditori in Italia, la manovra correttiva 2010 estende le comunicazioni obbligatorie all’Agenzia delle entrate e alle operazioni straordinarie oltre frontiera (fusioni, scissioni, conferimenti, ecc.).

Il trasferimento della sede sociale all’estero, talvolta, è strumentale al conseguimento di indebiti risparmi di imposta, mediante la sottrazione di base imponibile a beneficio di ordinamenti caratterizzati da sistemi fiscali maggiormente accondiscendenti.Al fine di ridurre il ricorso a pratiche di evasione fiscale, il comma 4 dell’art. 1 del DL 25 marzo 2010, n. 40 (convertito, con modificazioni, dalla Legge 22 maggio 2010, n. 73) ha disposto che, per le delibere assembleari approvate a decorrere dal 1° maggio 2010, nei casi di trasferimento all’estero della sede sociale, i soggetti interessati debbano notificare tale modifica esclusivamente tramite la Comunicazione unica di cui all’art. 9 del decreto-legge n. 7 del 2007.Tale obbligo è stato esteso dal legislatore anche a tutte le operazioni straordinarie, quali i conferimenti d’azienda, le fusioni e le scissioni societarie.In virtù del combinato disposto tra il comma in esame e la disciplina relativa alla Comunicazione unica, l’Agenzia delle entrate, l’INPS e l’INAIL riceveranno una duplice comunicazione – una dal contribuente e una dalla Camera di commercio – concernente la medesima delibera assembleare di modifica dello statuto per trasferimento della sede sociale all’estero.Tale disposizione si propone di fronteggiare le pratiche di evasione fiscale internazionale attuate mediante il trasferimento di sede all’estero da parte delle società italiane.Tale operazione, infatti, è talvolta strumentale al conseguimento di indebiti risparmi di imposta, mediante la sottrazione di base imponibile a beneficio di ordinamenti caratterizzati da sistemi fiscali maggiormente accondiscendenti.La conoscenza immediata, da parte dell’Agenzia delle entrate, del trasferimento all’estero della sede sociale è diretta a consentire maggiori verifiche fiscali in merito all’applicazione dell’art. 166 del TUIR.

Tale disposizione, infatti, prevede che il trasferimento della sede all’estero determina, ai fini fiscali, il realizzo di plusvalenze, soggette ad imposte sui redditi, per un ammontare corrispondente al valore normale dell’azienda commerciale trasferita.

Nel caso in cui la stessa, o parte di essa, confluisca in una stabile organizzazione in Italia, l’eventuale plusvalenza si considera realizzata nel momento in cui i componenti siano distolti dalla stabile organizzazione.

Dal punto di vista civilistico il trasferimento di sede all’estero è disciplinato dal Codice civile in maniera molto succinta nell’art. 2369.

Sul fenomeno del trasferimento della sede all’estero “fittizio o fraudolento” si è pronunciata diverse volte la Corte di Cassazione.

In una recente sentenza, le sezioni Unite civili della Suprema Corte di Cassazione (sentenza 9 aprile 2010, n. 8426) hanno ribadito che spetta al giudice italiano decidere sul fallimento della società trasferita all’estero al solo scopo di evadere le imposte.

Con la sentenza è stato respinto il ricorso di un imprenditore la cui società era stata dichiarata fallita in Italia nonostante avesse la sede in Romania.

I giudici avevano, infatti, rilevato, in fase istruttoria, che tale trasferimento era fittizio in quanto determinato da ragioni esclusivamente fiscali.

Lo stesso ricorrente, in sede di interpello, aveva riconosciuto che le cessioni di quote e le nomine degli amministratori erano false e che gli amministratori stranieri coinvolti erano dei prestanome ai quali erano state corrisposte delle somme per sottoscrivere gli atti.

Sulla base di tali considerazioni, pertanto, i giudici di legittimità hanno ritenuto che il centro degli interessi e l’attività di impresa della società fossero da considerare in Italia e, di conseguenza, la giurisdizione sul fallimento della stessa non poteva che spettare al giudice italiano.

La Suprema Corte, nella propria decisione, ha, quindi, confermato la competenza del giudice italiano nella ipotesi in cui il passaggio all’estero sia determinato solamente da ragioni fiscali.

La Suprema Corte ha ribadito un principio già espresso dalle medesime Sezioni in diverse sentenze, tra le quali si segnala la sentenza n. 25038 del 13 ottobre 2008.

Con tale sentenza la Cassazione è intervenuta per stabilire la reale natura e la reale finalità di un trasferimento di sede all’estero da parte dell’imprenditore in stato di insolvenza e ha affermato che in mancanza di un’effettiva attività imprenditoriale svolta dalla società trasferitasi all’estero (e dunque in presenza di un trasferimento soltanto fittizio) permane la competenza giurisdizionale del giudice italiano.

La Cassazione ha quindi concluso che la società che contestava la giurisdizione del giudice italiano «risulta essersi allontanata dall’Italia al solo fine di sottrarsi alle proprie responsabilità patrimoniali, da tempo accertate, da tempo quantificate, da tempo contestate, da tempo richieste dal creditore istante per la dichiarazione di fallimento. Essa soggiace, pertanto, alla giurisdizione del giudice italiano».

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