Vent’ anni dopo, il ritorno di Re Keith.

In due decenni sicuramente cambiano molte cose, ma le aspettative e il fascino rimangono più o meno le stesse. Quel giovane uomo, asciutto, in cui spiccavano glì’ occhiali di stampo intellettuale con i capelli ricciuti che ora sono diventati brizzolati ne ha fatta sicuramente di strada, affermandosi definitivamente come uno dei più grandi artisti jazz.

Keith Jarrett, lunedì prossimo torna a suonare a Firenze dopo quattro lustri e considerato lo spessore del musicista e il momento di riflessione che sta vivendo il jazz è certamente un appuntamento da non perdere.

Il concerto avverrà nello stesso luogo di allora, il Teatro Comunale, ma stavolta non si esibirà da solo bensì in trio con Jack De Johnette e Gary Peacock.

Due elementi che gli sono stati fedeli nel corso del tempo e che forse meglio hanno rappresentato e sostenuto la creatività del celebre musicista offrendogli quell’ equilibrio tecnico espressivo che aveva bisogno per emergere completamente.

Ma soprattutto per esprimere quel lirismo che avviene in fraseggio dando alle note della sua tastiera una timbrica che molti sostenitori hanno definito “ una voce “ per la sua incredibile bellezza.

Un affiatamento che non è mai venuto meno anche se durante la splendida carriera le collaborazioni prestigiose sono state decine e con altrettante esplorazioni, non sempre però felici e talora un po’ contraddittorie, a cominciare da quella con un Miles Davis in profonda crisi d’ identità e di idee.

Il pianista americano che proviene e si è formato nelle scuole di Lennie Tristano e Bud Powell, deve moltissimo del suo successo all’ influenza di Bill Evans, il quale fu un tenace fautore della musica in trio, rinnovando il linguaggio del pianoforte che tocca l’ apice nel metodo auto contemplativo del jazz moderno.

Un meraviglioso retaggio del freejazz, il quale ha segnato un epoca riuscendo ad elaborare una libera interconnessione melodica tra i membri del gruppo. 

Seppure i due avevano comunque alcune diversità, negl’ anni Settanta divennero modelli con uno stile inconfondibile per innumerevoli pianisti, i quali però non raggiungeranno mai i gradi di eloquenza e continuità dei Maestri.

Keith Jarrett è sicuramente un purista del jazz dove il radicalismo pianistico lo ha sempre dominato rimanendone incatenato a questo strumento. Per capire ciò basta ricordare che non è mai riuscito a tollerare l’ uso dell’ elettronica.

Il feeling con il pianoforte si potrebbe definire viscerale all’ improvvisazione, che diventa quasi un " elevazione spirituale " nelle sue performaces.

Tra le opere più belle e significative della sterminata discografia ci sono sicuramente i concerti di Colonia e quelli nipponici del 1976, tomi solistici che sono stati ristampati più volte e venduti in tutto il mondo in cui ha rasentato la perfezione nell’ abbandono meditativo.

Jarrett è però anche un ottimo compositore, un infaticabile ricercatore intimistico, un genio che ha cominciato a studiare pazientemente musica all’ età di tre anni. 

Avviandosi verso la maturità ha sconfinato e abbracciato altri filoni come echi di gospel, viaggi nel modern mainstream, musica popolare, cameristica con l’ integrazione di archi e gruppi di ottoni acquisendone così un accezione mistica e pertanto ossessiva nello scrivere e produrre musica.

Ma tra le tantissime invenzioni e svolte di questo talentuoso musicista si alza l’ assoluta raffinatezza nell’ esecuzione degli standards o tributi ai suoi predecessori.

Non è un caso se i vinili " Standards live " degl’ anni Ottanta su etichetta Ecm sono stati inseriti nell’ albo dei migliori dischi della Storia del Jazz.

“ Falling in love with love , Stella by star light, All the thing you are, The Masquerade is over, God bless the child, Moon and Sand ", sono delle perle d’ interpretazione che lo scorrere degl’ anni non gli ha fatto smarrire lucentezza e magia.

Brani che domani sera ancora una volta Re Keith potrebbe riproporre.

 

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